cronache dal mondo delle rane  
 
 

Cadaveri squisiti
a cura di Arancio di Sicilia


#8
Bagna càuda

Casa della periferia popolare, baracca in riva al mare. Cadaveri magri, con gli ossicini che si spezzano in bocca, che ti chiedi se son morti morti morti per omicidio o per cause naturali. Ma la risposta ce l’hai davanti. Tre mosse semplici, una dopo l’altra. Nello squallore assoluto, l’assassinio assume il sapore compatto, arido ed insostenibile dell’efferatezza, lontano da interessi diversi dal mero piacere di uccidere. Le grezze  cassapanche di compensato marino sono vuote vuote vuote come il suono del vento di terra che fischia nelle bare. Sale.
Ma ecco che, come una sorta di giustizia popolare autoproclamata, la folla carica di fibrosa determinazione si accalca alle porte di ingresso, tuffandosi nell’odore di morte morte morte.
Tiepidi, i cristalli del male si incrostano sulle dita volgari, lasciando una scia di residui brunastri sulla strada che lascia vuota la spiaggia.

Diluire con rosso leggero ma deciso. (arancio di sicilia)

#7
Sashimi

Un coltello molto affilato a lama piatta e nient’altro. Per tagliare con precisione infinita.
Il sol levante fa capolino bagnando la morte coi raggi lucidi, e chissà perché mi torna in mente un giardino di ciliegi. Tutto è ordinato, come fosse sonno profondo. Potremmo essere anni luce distanti dal delitto. Non c’è sangue, sudore, unghie, colluttazione. Non ci sono grida. La morte silenziosa e pulita, che fa fischiare le orecchie. La morte bianca e pura di cadaveri lavati, di spine dorsali spezzate nei punti giusti. Adorabile estetica della mancanza di vita.
E non c’è fiamma, ma freddo, acqua e metodo. Una passione sottozero, che odora di morbosa devozione.
Strati di carne, ingannevoli trofei di bianca verginità. Già, perché quella macchiolina verde, concrezione soffice di inferno sulla terra, mi racconta storie di atroce, disciplinata sofferenza.

Una spruzzata di salsa di soia, non un secchio. (arancio di sicilia)

#6
'O rraù 'e Napule

[...] ‘O juorn' appresso c' simm’ fatt truva’ a casa soia. Roppo nu quart' d’ora à araputo ‘a porta. Nu piezz’r’omm’ 'e chella manera, àvto, muolle muolle, na bbestia strana, e’a veré, steve ca mugliera, na femmena rotondetta, calabbrese, tutta rossa e spogliata.
Vuo’ sapé c’amm’ fatto? l’avimm’ bloccati, ‘nfonnuti buon co’ nu poco r’uòglio (ebbé, che ce sta ‘e strano?), c' simm’ vevuto ‘na butteglia 'e vino niro (ma gliel’amm offerta pure a lloro, eh!), e poi amm’ appicciato a casa cu’ lloro a’into.
“Mo ce ne jamm’a ccucca’” agg’itt’io ‘o cumpare mio.
Sei ore roppo simm’ turnati, amm’ stutato ‘o ffuoco: ‘a mugliera non ce steve cchiù, sparita, isso era bell’abbrucciacchiato, pareva arricuperto d’oro.
N’oddore, che te rich’io, te mannava all’atu munno [...] (rosso india)

#5
Mojito!

Dal basso hai visto i volti assetati fissare ogni tuo arto, passo dopo passo, ruotare e spezzarsi sotto il mortaio del boia.
Pam pa-pa-pa-pa pa-pa-pa-pa pa-pa-pa-pam.
I volti illuminati dalle luci di questo posto squallido. I volti squallidi di chi ha invocato, ridendo, la tua morte. Per pochi spiccioli, per quel forellino sulla tessera che li taccia di onestà.
Pam pa-pa-pa-pa pa-pa-pa-pa pa-pa-pa-pam.
La macabra danza della tua morte. I tamburi che scandiscono la tua esecuzione. Sei la morte d’estate, il grand-guignol delle notti calde, l’oggetto del sacrificio evocato per rinfrescare la pelle abbronzata e calda.
Pam pa-pa-pa-pa pa-pa-pa-pa pa-pa-pa-pam.
Ve ne andate così, tu e i tuoi fratelli, tra colpi di maglio e tamponi di ghiaccio. Vestiti a festa, dipinti di verde e coperti di liquidi avanzi di rivoluzione, che ormai non ingannano più nessuno.
Pam pa-pa-pa-pa pa-pa-pa-pa pa-pa-pa-pam.
E le vostre bare, dimenticate tra i piedi della gente, accoglieranno presto altri cadaveri, avvolti nei loro gelidi sudari estivi.

Tagliate ogni lime in quattro parti, evitate di affettarlo. (arancio di sicilia)

#4
Minestra di legumi

Ogni cadavere ha la sua storia, le sue vicende personali in cui mi trovo abitualmente a ficcare il naso. Quelli che ho davanti stanotte sanno di tuta mimetica e denti spezzati, e annunciano tuoni senza pioggia ed eruzioni senza fiamme. Ce l’hanno stampato in faccia.
Una grigia folla di ruvide razze bruciate dal sole, migranti disidratati che si ammassano gli uni sugli altri, assetati come un campo di fieno d’agosto. Qualcuno li ha fatti bere fino a scoppiare e li ha buttati in una fossa comune, coprendola alla meglio con erbe trovate qua e là. Poi ha lasciato che la temperatura si alzasse molto gradualmente, costringendoli a combattere tra di loro nell’illusione di un salto miracoloso, fuori dal cerchio di fuoco e lontano dagli occhi del boia. Per diverse ore qualcuno ha ascoltato con soddisfazione, attraverso le pareti ceramiche, il borbottio di una lotta tra disperati, in mezzo agli sbuffi dei gas e del vapore. Qualcuno si è divertito a tormentarli tra le tregue sempre più brevi, con malsana delicatezza, per non schiacciarli sotto il peso degli strumenti di tortura di legno grezzo.

E’ tutto finito adesso: i corpi appaiono perfetti, ma basta uno sguardo in quegli occhi vuoti per capire. Non mi prendo neanche la briga di chiamare i paramedici. Ma qualcuno lascerà delle tracce stanotte, e tra tuoni e miasmi io lo troverò, nella fogna più recondita, per portarlo per mano fino al patibolo.

Aggiungere un filo di olio extra vergine di oliva a crudo. (arancio di sicilia)

#3
Risotto ai funghi porcini

Era domenica da appena quattro ore quando è successo. Mezz’ora prima che il mio cercapersone rantolasse afono sul comodino. Ogni autunno lo stesso posto, le stesse vittime, la stessa strage. Carnefici organizzati. Escono prima che il sole sorga e cacciano in branco, avidi, con occhi allenati da decine di primi piani appesi in salotto. Scovano solo prede di razza, immobili nel sottobosco ancora umido. Sempre lo stesso schema, pochi attimi il sequestro e tutta la flemma del mondo dedicata alla tortura.
Lascio l’asfalto che odora di pioggia alle mie spalle e mi addentro nel bosco, ma è troppo tardi, non c’è più niente da fare. E’ rimasta solo la terra smossa dall’impari colluttazione e una poltiglia fangosa che mi separa dall’assassino. Li avrà già fatti a pezzi adesso? Si, maledizione. Fatti a pezzi e gettati su un mare di lacrime sadiche e di perle roventi. Tormentati senza tregua prima della candida pioggia cui seguono quei dieci, strazianti minuti di buio. Quell’interminabile, ultima attesa che precede l’atroce epilogo.

Dopo aver lasciato mantecare, guarnire con prezzemolo fresco. (arancio di sicilia)

#2
Tagliata grana e rucola

Cinque da un lato, cinque dall’altro e cinque in piedi: non solo sesso. Nessuno è scevro dal vizio. È tutto un gioco di ferri e carne, mentre i tizzoni ardenti si bagnano di sangue a gocce pesanti, consumando il rito più antico dopo la morte e l’amore. Il vizio si manifesta tra i piaceri dell’erba, sbarazzina e morbida, e prende forma di lama per recidere di netto il frutto di un seno lattiginoso sequestrato in peccaminose tenebre mese dopo mese e portato alla luce solo per essere mutilato.
Nessuno è scevro dal vizio, nemmeno un detective come me. E allora mi tuffo, fuori servizio, in questo gioco di ferri e lame e peccati capitali, in quest’ambiguo connubio di erba e carne, una mensa dove Bacco paonazzo la fa da padrone, mentre Venere e Tabacco esiliati sbavano impotenti come mosche sulle pareti trasparenti della cella frigorifera.

Consigliata una spruzzata d’aceto balsamico. (arancio di sicilia)

#1
Cacciucco alla livornese

Sette pallidi cadaveri su un materasso bruciacchiato e zuppo di sangue. Avvicinandomi incrocio il coroner, che senza alzare lo sguardo mi passa una cartella con un solo foglio stropicciato. Questi poveracci sono lì da almeno un’ora e mezza. Un’ora e quarantacinque, più probabilmente. Sette sono, almeno sette, ma qualcuno si è preso la briga di farli a pezzi, e potrebbero essere anche molti di più.
Cerco di concentrarmi sul movente, ma non trovo nessun legame tra le vittime: tutta gente comune, tutti poveri in canna, ma senza grossi debiti. Non con lo stesso creditore e non abbastanza per meritarsi questo. Gente che se la incontri ti ci scorrono gli occhi addosso, come se facessero parte del fondale. L’odore è intenso, ma devo vincere le apparenze ed esaminare con cura la scena del delitto. Nella rossa mattanza sbucano ossa e lembi di pelle, e una testa fa capolino, là in fondo, tra due conchiglie nere che qualcuno ha aggiunto a mo’ di firma.

Un altro caso irrisolto, da annegare con un rosso deciso. (arancio di sicilia)


 

 

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