cronache dal mondo delle rane  
 
 

Flickr out
a cura di Terra di Siena


#9
The M-People (more to come)
di Tous les noms sont déjà pris... pfff...

Tous les noms sont déjà pris... pfff... (Toronto, Canada)
set visto il 30 marzo 2010
94 foto | 16.418 visualizzazioni
elementi compresi tra il 15 maggio 2006 e il 1 giugno 2009.

Teatro, pop; inferno, pop; dannato rock. And pop. And roll. Angeli, cupidi, sangue - anche un paio di belle fiche - volti, trucco, satiri, mitra, ali, orecchie, topi, pop; porno, ironia, fede, religione, maschere, pistole, chitarre, rossetti e cicatrici: tutto è pop. Gesù, Topolino, Mick Jagger, Magritte e Belzebù.
Tutto, ovviamente, è pop. Un po' come quella vecchia copertina dei Beatles con le bambole, il sangue, i pugnali; però oggi, o l'altro “yesterday”.
Il Nostro dichiara subito i suoi intenti con lo splendido titolo della prima foto Hell ain't a bad place to be (“l'inferno non è un brutto posto in cui vivere”; che, per inciso, è anche il titolo di un pezzo degli AC/DC contenuto in Let There Be Rock del '77), e va dritto per la sua patinata autostrada satiro-satanica sino alla foto 94.
Senza capo e senza coda; senza precedenze; senza limiti di velocità; con un controllo maniacale, e totale, sull'illuminazione del percorso, la composizione, la scelta dei colori; e nessuna voglia di tornare indietro.
E' così... Tous les noms sont déjà pris... Il suo non è che un inno fashion-splatter alla vecchia e cara: ambiguità. Dalla quale non si sfugge mai completamente; dalla quale, dopo tutto, non si deve e non si vuole affatto fuggire, se non per noia. Dunque: «Perché non crogiolarsi nei feticci? Io lo faccio e mi diverto» sembra affermare “Tous les noms sont déjà pris... pfff...” nel suo set The M-People (more to come). Dove M, come del resto ci dice anche lo stesso autore, sta per: Mickey Mouse, Marilyn, Marie-Antoinette, Mick, Marianne, Miles, Magritte and the others... In questo senso, in questo set, i suoi feticci favoriti sono le facce perfettamente pitturate dei suoi modelli.
L'ambiguità, dicevo, in fin dei conti, è una delle condizioni fondamentali di quel groviglio di cazzate che chiamiamo esistenza; forse una delle migliori. E ancora forse, null'altro che una sorta di circolare terra desolata barocca e burlesca, in cui imperversano sornionamente vecchi satiri, opulenti baldracconi baffuti, amanti dei fiori, arcangeli placidamente arrapati, artistoidi imbecilli, Marxisti feriti, clown assassini, e tristi teenager di Merda... (terra di siena)


#8
はいきょ。(haikyo)*
di Skorj

set visto il 30 marzo 2010
Skorj (Tokyo, Giappone)
19 foto | 22.850 visualizzazioni
elementi compresi tra il 10 luglio 2005 e il 6 marzo 2010.

Le parole d'ordine dell'indecifrabile set dell'autore nipponico Skorj sono: polvere; patina del/della; tempo, spirale del/della; non, luogo, funzionamento; del, tocco, scuro, chiaro; morte, oriente, oggi, preposizione, cornice, parola; termine che sta per, pieno, vuoto, naufragio, pioggia; le inevitabili vita... e morte; una, sega, nulla.
19 frammenti immobilizzati di niente, o meglio, di qualcosa che si sta allontanando, che tenta di allontanarsi. Forse qualcosa che, in una cazzo di maniera o nell'altra, tentiamo tutti di eludere.
Non ci sono persone. Solo oggetti. Posti abbandonati. E rottami. Il colore è presente solo in alcune foto, e anche in esse sembra quasi che stia per scomparire da un momento all'altro, sotto i colpi di un destino ferreo e sudicio. 19 piccoli pezzi di paziente caducità, come pietrificati di fronte a un fiume sul quale scorrono migliaia di cadaveri.
Navi, corpi ormai putrefatti di animali (impressionante A lost neko lay down on the tatami to die in the cold alone), scale, tv derelitte, auto scassate, architetture avveniristiche e vecchi casermoni annegati nell'ombra; l'entrata di un tempio, delle sedie, una stanza distrutta, un'umida lingua spezzata di legno che termina nell'oceano (We stood on the tsunami wall and watched the winter rains roll in off the sea: un capolavoro!). Un harakiri aspro e languido, come un ultimo bacio (e vaffanculo al film porca miseria...) prima dell'addio.
19 piccoli pezzi di una tempesta silenziosa, dall'indefinibile poeticità. Del resto, anche il gran bel culo di Scarlett Johansson, nella prima inquadratura di quel piccolo gioiello che è Lost in Translation (guarda caso girato proprio in Giappone dall'ottima Sofia Coppola), per quel che mi riguarda è quanto di più poetico esista sulla terra. Ecco, entrambi (intendo il set e purtroppo anche il culo di Scarlett Johansson) mi sfuggono e mi attraggono fatalmente.
Piccola lezione di Nihon culture. Harakiri: forma di suicidio della tradizione giapponese, regolata da un preciso cerimoniale, che consiste nello squarciarsi il ventre da sinistra verso destra con un apposito pugnale; da effettuare rigorosamente sotto gli occhi di un amico al quale è poi affidato il compito, al fine di non prolungarne l'agonia, di provvedere alla successiva decapitazione del suicida; riservato a partire da XII secolo, ai Samurai, poteva essere praticato per evitare la condanna a morte, o essere eseguito volontariamente, a salvaguardia del proprio onore; nonché come manifestazione di cordoglio per la morte del signore o come forma di protesta. Non c'è che dire, totale rispetto! Solo un rammarico, e cioè che in Italia questa dignitosissima (e non sto affatto scherzando) pratica non abbia mai avuto molto successo. Arigatò. (terra di siena)

*Haikyo sta per “rovine”; indica quei luoghi della modernità abbandonati, come edifici da demolire, luna-park, scuole o alberghi diroccati, la cui rappresentazione è diventata un vero e proprio genere della fotografia contemporanea in Giappone. (N.d.e.)


#7
London Punks 1976-1984
di Andy Rosen

set visto il 24 marzo 2010
Andy Rosen (Londra, UK)
31 foto | 123.709 visualizzazioni
elementi compresi tra il 2005 e il 24 gennaio 2006.

Inghilterra, fine anni '70, disoccupazione, crisi economica, alienazione urbana e, come sempre, stupido disagio giovanile. Le vendite del velluto non vanno così bene come negli anni ‘60, e a tutti iniziano sempre di più a girare le palle (bei tempi quando quella masnada di imbecilli comunemente conosciuta come “gente” si incazzava ancora, ma lasciamo perdere...).
La regina si appresta a festeggiare i suoi primi cinque lustri di regno in quel '77 che fu anche l'anno di uscita di Never Mind the Bollocks...Here's the Sex Pistols dei Sex Pistols. L'enorme foruncolo punk delle “pistole del sesso” tuttavia era oramai esploso, sul finire del '76, con l'uscita di quel singolo devastante che fu Anarchy in the UK. Protagonisti: Johnny Rotten (vero nome John Lydon) alla voce, Steve Jones alla chitarra, Paul Cook alla batteria e Glen Matlock (dopo di lui, ma per poco, Sid Vicious) al basso.
Eminenza grigia, un manager astuto e ambizioso, Malcolm McLaren: cervello di quella truffa gigantesca e leggendaria che furono appunto i Sex Pistols.
A ottobre di quello stesso '77, sostanzialmente la loro avventura è già finita. Ma una breccia era stata aperta, la new wave che viene alla luce a cavallo tra la fine degli anni '70 e gli inizi degli anni '80 ha le proprie radici anche in quel movimento punk di cui essi, forse loro malgrado, che piaccia o no, furono gli apripista. Sia per chi lo apprezza o l'ha apprezzato, sia per chi l'ha odiato e continua a odiarlo Never Mind the Bollocks... rimane un'opera cardine, la fotografia di un'epoca. La risposta negativa che si merita la maggior parte delle domande.
E, ovviamente: vaffanculo alla cortesia di merda!
Andy Rosen, fotografo underground londinese, che di quella dannata epoca fu uno dei cantori, nel suo set London Punks 1976-1984 presenta 31 ritratti; 31 facce di coloro che, sempre di quella fottuta epoca di merda, furono tra i protagonisti. In primis, chiaramente: Johnny Rotten e Malcolm McLaren.
La forza del set? Probabilmente sta tutta nell’indubbio fascino marcio-nostalgico-documentale; un misto di romanticlassicismo frignone, imprescindibile “sesso, droga e rock'n'roll”, amarcord e fish & chips.
Ora, tutto sommato, ammetto che preferisco i Clash, e soprattutto i Police, ai Sex Pistols; ma ho sempre concordato col vecchio Frank Zappa, che disse: "I punk dicono: Ok, noi suoniamo distorto e veloce, e allora?” Ecco, a me piace quel “e allora?". (terra di siena)


#6
The adventures of Pony & Latte
di Squash

squash (San Francisco, Usa)
set visto il 22 marzo 2010
117 foto | 15.817 visualizzazioni
elementi compresi tra il 5 aprile 2005 e il 20 marzo 2006.

Il set di Squash, dal fiabesco titolo The Adventures of Pony & Latte (non ho ben capito perché non milk, ma evidentemente la Nostra conosce abbastanza bene le esotiche virtù dell'italico idioma), è una variazione infinita su tema (le variazioni sono in realtà 117, ma il termine “infinito” è sempre bello da usare perché rende quasi tutto stentatamente poetico) a mezzo telefonico.
Squash privilegia decisamente la costruzione dell'immagine; oscillando con tocco leggiadro tra un colpo di genio lirico-grottesco, uno scazzo privo di senso ma tollerabile, e la cazzata totale; non bada più di tanto alle qualità intrinsecamente coloristiche delle foto, realizzate nella grande maggioranza dei casi con la fotocamera del cellulare. Nel complesso però il giocattolo funziona alla grande. Un po' come quei cazzo di lenti film orientali dove non si parla mai, e tu dici “ma vaffanculo Takeshi”, e poi alla fine esci dal cinema e ti accorgi che ti è rimasto qualcosa dentro, oppure un fantasma ti ha lasciato finalmente andare. Insomma: non sai bene perché, ma ti senti come avvolto da una sorta di silenzio polveroso, ma pieno di serenità. E funzionano, non a caso, i giocattoli che Squash usa: quattro cavalli di plastica di piccole dimensioni, di cui uno arancione (personaggio principale delle migliori foto a mio parere, come: pony's disguise, Another shot of pony's trip to joshua tree, Pony and Espresso, Pony says goodbye to the California dusk), uno bianco a chiazze nere (ottimo in pony goes bacon rafting, Pony's new horizon), uno nero e uno marrone (strepitosi in pony parade close-up); ai quali ogni tanto si aggiunge un tazza colma di caffè-latte, o un bicchiere. I giocattoli vengono posizionati all'interno di ambienti domestici: tavoli, davanzali, vasi da fiori, teste di persone. Oppure all'aria aperta: deserto, prato, cofano di vettura... teste di persone. E nel dialogo che si instaura, o non si instaura, o si instaura forzosamente, tra i gulliveriani feticci dell'autore (o meglio, autrice) e l'ambiente in cui questi si ritrovano calati, si verifica come un specie di corto circuito pop-sbiadito, di disfunzione tenero-giocosa dal sapore surrealistico-narrativo.
Un diario plastico-dimensionale, divertito e divertente, che sa di: Settembre. (terra di siena)


#5
A wedding
di Eddie . .

Eddie . . (Hong Kong)
set visto il 16 marzo 2010
16 foto | 11.812 visualizzazioni
elementi compresi tra il 14 dicembre 2007 e il 19 gennaio 2008.

Mi ritrovo talvolta a estraniarmi dal mondo. Sono fisicamente presente, ma mentalmente altrove. E mi ci vogliono perlomeno dieci, quindici secondi per riacquistare un'adeguata cognizione spazio temporale. Poi rientro nel mio corpo, e sulle mie disastrate retine si stampa una scena pietosa. Per qualcuno divertente. Per me, in questo istante, tragica. Viene portato al tavolo degli sposi un piatto con sopra due arance e una banana (succede anche a Hong Kong). Fallica ilarità generale.
Bocche che masticano panna, pollo e rigatoni, o qualche altra cazzata fritta. Cinture che si slacciano. Risate sguaiate che si susseguono a battute trite e ritrite. Signore che si mettono delle comode pantofole perché le scarpe con i tacchi stanno facendo patire loro le pene dell'inferno. La bellezza costa fatica. Vecchie zie tenute per gran parte dell'anno ibernate, scongelate puntualmente per qualsiasi cerimonia che sia raggiungibile agevolmente con un Boeing 747 in affitto, e nella quale sia coinvolto un loro parente di settantesimo grado.
Odio i matrimoni perché non ci credo, perché non sono mai stato capace di far durare nulla nella mia vita. (“Non sono a favore del divorzio, sono contro il matrimonio”, scriveva Luciano Bianciardi). Credo nella necessità salvifica della fine, quindi perché celebrare l'inizio? Credo che “finché morte non ci separi” sia una pantagruelica sciocchezza. O forse non è neanche questo. Forse odio le cravatte. Quelle degli altri naturalmente. I non mi metto un cappio al collo da solo!
Fatto sta che mi ritrovo qui, pedina svogliata in una scacchiera di tavole imbandite, nel salone di uno squallidissimo ristorante, di un altrettanto squallido albergo poco fuori Hong Kong (quella Hong Kong un tempo protettorato inglese, ora Cina a tutti gli effetti); e odio i matrimoni. Sarà pure una morale sgangherata da fuorilegge da quattro soldi, ma in qualche modo vorrei essere risarcito. In sintesi: vorrei farmi la sposa... Però...
Il set A Wedding di Eddie . . è bello, migliore, probabilmente, del matrimonio stesso; c'è una sopportabilissima miscela di finzione e ingenuità; solenne e pacchiano al tempo stesso (in questo, come ogni matrimonio nel mondo mi pare di capire); e ben risolto con un bianco e nero rapido e abbacinante, a metà strada tra Akira Kurosawa (forza del luogo comune) e una commediaccia italiana dei primi anni '60 (tipo quelle minchiate con i cantanti allora in voga).
Certi figli di buona donna acquistano coraggio dopo aver bevuto, diventano addirittura sfrontati. E poi ci sono quelli che sono, e saranno sempre, vigliaccamente sbronzi. Appartengo decisamente alla seconda  categoria. VIVA GLI SPOSI! (terra di siena)


#4
Air conditioners
di Bruce Grant

Bruce Grant (Philadelphia, PA - USA)
Set visto il 13 marzo 2010
159 foto | 17.035 visualizzazioni
Elementi compresi tra il 5 novembre 2004 e il 20 febbraio 2007.

Non ho mai ben capito dove nasce la poesia, sempre ammesso che i concetti di nascita e morte siano ad essa applicabili.
Forse in fondo ad un grotta. Dalla poesia stessa, come un'entità mistico-materica che evapora dal nulla. Dall'anima. Dall'anima che tocca le cose, le carni, le parole; dallo scoccare di una freccia che va a ficcarsi proprio lì, in quel dannato ipotetico centro. Dalla periferia. Dall'applicazione, dal lavoro costante di una mente curiosa; dal desiderio di conoscenza. Dal disequilibrio mascherato da equilibrio. Dall'amore. Dalla coazione a ripetere. Dal mistero. Dal soggetto che si accoppia con l'oggetto e viceversa. Dalla banalità, pura e semplice. Dalla metamorfosi, intesa come... metamorfosi. Dalle lettere rubate. Da tutto quello che condiziona te ed i tuoi simili. Dall'aria... Solo adesso ho capito, forse?! Dall'Aria Condizionata.
Digressione tecnica. Funzionamento di un condizionatore a grandi, enormi, ciclopiche linee: all'interno del condizionatore uno splendido liquido, detto termoconvettore, assorbe calore da una sorgente, e cioè dall'ambiente in cui viene posta quella che chiamerò, arbitrariamente, l'unità interna del condizionatore, e sputa questo calore in un altro ambiente. Punto. Tutto qua: questa facile operazione permette di avere aria fredda nelle nostre stanche, umide stanze, per tutto il tempo che vogliamo. Il calore che il liquido assorbe in questo fase deve poi essere rilasciato en plain air. A ciò, ovviamente, si può agilmente provvedere grazie all'unità esterna del suddetto condizionatore. E questo è possibile, nello specifico, attraverso un apposito bocchettone letteralmente incastonato nelle pareti esterne dell'edificio, della stanza, dello stramaledetto ambiente che si è deciso di “condizionare”. Per parlar male e con parole d'altri, in un certo senso, lo spazio empirico si trasforma in spazio teorico. Invisibile? Trasparente?! Non so. Credo che ci resti soltanto la sorprendente modernità di una vecchia, fottuta, disincantata e industriale rivoluzione (naturalmente “rivoluzione” si fa per dire, perché non è stato sgozzato nessun re). E la poesia, amici miei, talvolta va a braccetto col disincanto, la vecchiaia e la fottuta - nonché già troppo menzionata - coazione a ripetere.
Bruce Grant, nel suo set Air Conditioners, immortala un attimo esangue della vita e(s)terna di 159 condizionatori, 159 muri, 159 scale, 159 finestre, 159 tizi che soffrono la temperatura del proprio ambiente, 159 specchi di un piccolo, scalcinato, lirico, putrido, colorato, triste, malandato, umido, sgangherato universo. Le foto vanno viste tutte di fila, non ci sono santi. E per gli stronzi che fanno sempre di fretta, come pena, la peggiore delle sofferenze: un infinito, insostenibile attimo di sconcertante tedio. (terra di siena)


#3
Morte del maiale
di Giuseppe Truini

Giuseppe Truini (Cirié, TO)
Set visto il 26 gennaio 2010
51 foto | 42 visualizzazioni
Elementi del 31 dicembre 2009

Il reportage di Giuseppe Truini dall'esplicito, e quanto mai consono per efficacia ed esemplarità, titolo Morte del maiale, è il resoconto fedele di un rituale. Un rituale apparentemente macabro, oggettivamente sanguinolento, tuttavia naturale e “sostenibile”; praticato attraverso modalità dal sapore arcaico (come lo stesso autore tiene giustamente a precisare nel breve testo di introduzione al reportage), decisamente umano.
Protagonista indiscusso del set, quello che mi permetto di apostrofare come (e non me ne vogliano vegetariani, e mussulmani) “il miglior amico dell'uomo”, il sus dumesticus, per l'appunto: il maiale.
Le foto sono 51, una leggermente velata da un colore tenue, le altre, in bianco e nero: una scelta sobria e al contempo suggestiva, che non indulge in sofisticatezze inutili. Il fatto viene suddiviso in 3 fasi dallo stesso autore: uccisione, pulizia della pelle, pulizia delle interiora. Ne aggiungo un'altra io: la cottura. Si assapora, vedendo le persone che si affaccendano sul potente corpo dell'animale, una solidarietà agraria dal sapore anarchico (qualora non fosse così me ne dispiaccio), consapevole del patto di rispetto che dovrebbe regolare ogni rapporto, ancor di più, il rapporto tra uomo e natura, e attraverso l'alimentazione, morte vita e tempo. Un patto che esalta la liturgica. pagana e panica dignità di un sacrificio. Un sacrificio fatto di sudore per l'uomo, e sangue per l'animale, che d'altro canto l'uomo ha comunque cresciuto e accudito con sapienza. Non c'è stupida, post-industriale economia da quotidiano finanziario domenicale, non c'è clamore pubblicitario, non c'è nessuna triviale menzogna travestita da verità. Ma adesso basta...
Mi rendo conto di fare della retorica su qualcosa che, forse, non ha nulla di poetico, ma rispondo a questa eventuale obiezione con uno davisiano (nel senso di Miles Davis) “so what”, e allora?
E ancora, rubando all'autore del set: Il maiale è macellato solamente d’inverno, tra dicembre e febbraio, e alla macellazione partecipa tutta la famiglia, perché poi le carni dell’animale la nutriranno per mesi e mesi, a partire da quello stesso giorno. Magari tutto questo non ha niente a che fare con l'arte... dunque, ammettiamolo, non c'è niente di più artistico. (terra di siena)


#2
Digital dots
di Viamoi

Viamoi (Ottawa, Canada)
Set visto il 20 gennaio 2010
108 foto | 3.626 visualizzazioni
Elementi compresi tra:
26 luglio 2005 e 02 dicembre 2008.

Da oggi il molteplice si crea con il click di un mouse. Niente dibattiti, al diavolo i manifesti teorici, che brucino i salotti e gli intellettuali. Eccoli là, i prodotti del DUEMILA: effimeri, sconcertanti, vuoti, irrazionali ed enigmatici ci chiedono cosa abbiamo aspettato, fino ad oggi, prima di santificarne la venuta.
Mai stampati, illuminano pixel di tutti gli schermi dei laptop del mondo e non potrai toccarli. Il set Digital Dots di ViaMoi ha per immagine chiave She spins II, illustrazione a pagina 0 del nuovo bestiario digitale moderno. Sembra un leone, in realtà è un turbine dello strumento Gomma Magica.
E' un set digital-fantastico forse alla lunga stucchevole, ma di impatto sicuro e deciso. Tutto truccato.
/*~BLINK~*\ è un'ode al Timbro Clone.
In The Nose Knows tutto ruota e perno diventa il naso: moltiplicazione seriale del soggetto. Non Pop perchè chi lo sa di chi è il naso?
In My day begins le facce si sdoppiano e la mente, oltre che a Photoshop, va a Gilbert&George. Ma siamo sicuri? E se vivesse di vita propria. E magari respirasse pure?
E poi ecco No "?" about it con alle spalle dell'androide, nipote con Ipod dei manichini di De Chirico, l'immagine, Pop, di Freud. Provate infatti a cercarlo con Google Images e il risultato che ricorrerà con presenza maggiore sarà proprio quello qui usato.
L’immaginario collettivo è rinchiuso in una ricerca per immagini.
Per favore evitate di pensare che non sia arte. Vedrete che effetto faranno questi pixel illuminati ad arte quando verranno esposti, retroilluminati, sugli schermi del MoMa o della TATE.
E poi Paint Me..., chiede supplichevole il losco figuro del Terzo Millennio. Mezzo lasciato senza tinta. Provate, su, a dipingerlo. Un solo avvertimento: attenti a non sporcare il monitor. (verde d'irlanda)


#1
All multiplicity images
di Miss Aniela

Miss Aniela (Brighton, UK)
Set visto il 19 gennaio 2010
96 foto | 417.830 visualizzazioni
Elementi compresi tra:
11 giugno 2006 e 17 ottobre 2009.

Il set da cui cominciamo la nostra rassegna di visioni ha per nome All multiplicity images e conta un centinaio di lavori in cui la giovane fotografa inglese duplica, triplica, quadruplica (in definitiva “CLONA”) la propria immagine, facendosi ritrarre dal proprio partner su un set da lei predisposto e sovrapponendo gli scatti in fase di elaborazione.
Una deriva concettuale si coglie in alcuni lavori, forse meno interessanti, in cui l’inclusione dello specchio come soggetto, ridice in maniera tautologico e ridondante quello che il set afferma già con sufficiente forza e creatività. Preferiamo quindi a lavori come Self Portrait, alcuni capolavori di composizione come Hide & Seek e Late afternoon, che ad ogni sguardo svelano dettagli di insuperabile ingegno.
In alcuni casi le sfocature necessarie alla moltiplicazioni degli scatti indeboliscono la resa cromatica (è il caso di They're at the french window) e in altri casi le inevitabili imperfezioni prospettiche minacciano l'effetto complessivo (si guardi il caso di Their evening banter, di straordinaria complessità).
Ma quando l’artista rinuncia al gioco virtuosistico delle simmetrie e asimmetrie (che pure sono alla base di un paio di foto sensazionali come Deaths o The den) e si concentra sulla concezione narrativa, disponendo in sequenza logica gli scatti multipli (The escape) il risultato è massimo.
La ricerca tonale gioca su raffinatissimi equilibri (particolarissimi in fotografie come Crosswinds) e su luci di inafferrabile provenienza, con BAGLIORI diffusi o concentrati con drammatica e pittorica efficacia. Ci ha colpito la serie di scatti lavorati come fossero patinate superfici pubblicitarie (ad esempio Gathered by the muddy gate).
La scelta dei costumi è curatissima, e la preferenza è accordata a stoffe delicate e leggere, che resistono al fuori fuoco ed anzi vi intensificano i valori di fluidità e trasparenza. Con ciò prestandosi facilmente ad alcuni esperimenti di fantastico onirismo (vedi An impromptu performance), che - va detto - fanno decadere l’effetto di straniamento e SORPRESA, riportando immediatamente a esperimenti più consueti. (rossoindia)

 

 

Vedo
 

 
     

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