cronache dal mondo delle rane  
 
 

Misurazioni
a cura di Rosso India


#20
Eugenio Scigliano (Castello Pasquini - Castiglioncello)

TITOLO > Casanova
AUTORE > Eugenio Scigliano, anni 40, buon nome della coreografia italiana.
IN SCENA > Un BEL po’ di ballerini (14? 7 femmine): diverse etnie, d’avvenenza e proporzioni armoniche.
CONCEZIONE > Vorrei conoscere l’uomo che, leggendo l’Histoire de ma vie del libertino veneziano, non sia travolto da un soprassalto di invidia (e la donna che non ne sia turbata da uno svenevole-erotico deliquio). E vorrei conoscere l’uomo che, per liberarsi dalla fastidiosa impressione di nullità al cospetto del seduttore per antonomasia, con proterva falsità, e lucidità che si vuole razionale, non si convinca di vedere in lui l’epitome di un mondo deperito, di una società tutta intonaco e belletti, ma ormai tarlata al punto di crollare. Avventure amorose, fughe e duelli dovrebbero far gridare l’Osanna, non compiangere il disperato perdente.
AZIONE > Prese complicate, nient'affatto didascaliche. Assoli intensi e sensuali pas de trois. Afferramenti e affioramenti raffinati ma senza gagliardia. Sdoppiamenti ben tessuti. Ogni tanto emozioni puntute, come la scandalosa passione per la monaca (M.M.), o la fuga dai Piombi, in cui il gesto si spezza su rintocchi ansiogeni e chiavistelli maneggiati, oppure il duello, con i passi-fendenti e le stoccate ferrose in sottofondo che quasi feriscono l’orecchio.
SCENOGRAFIA > Un gigante specchio-scudo poco riflettente. Ricca luce troppo costretta sull’azione. Costumi bianche-frange, cotoni-svolazzi.
RITMO > Musica barocca, talora sbadigliosa, scossa dagli armonici vivaldiani, perfetti per le scene di gruppo, in cui l’ensemble senza troppo azzardo si schiera; unisoni quasi-perfetti; qualche ripetizione di troppo.
PUBBLICO > Qualcuno farà sesso nel dopo spettacolo: lunga vita al casanova. (rosso india)

#19
Alvis Hermanis (Teatro Morlacchi - Perugia)

TITOLO > Le signorine di Wilko
AUTORE > Alvis Hermanis
IN SCENA > Laura Marinoni, Patrizia Punzo, Elena Arvigo, Irene Petris, Fabrizia Sacchi, Alice Torriani e Sergio Romano. Quest’ultimo per nulla volitivo, per scelta. Le ragazze, diverse per cromia e aspetto, deliziosamente strip-addicted.
CONCEZIONE > Da un romanzo del polacco Jaroslaw Iwaszkiewicz.
AZIONE > Giovani donne in amore fanno esperienza con l’amore. Con chi? col compagno di giochi, di quindici anni addietro. Tutte a tal punto insoddisfatte della propria vita da ri-gettarsi nelle braccia dell’Uomo Normale. Che le faceva giocare, e ridacchiare, e sognare. Potrà finire bene una storia tanto morbosa? Elektriche scosse che riconfigurano tutto lo spazio, riconvertono gli oggetti in altri oggetti, ad altra funzione.
SCENOGRAFIA > Interno rustico, colonico, come inondato dal sole, e rapito dall’arsura. Sul fondo-sc(hi)ena chili di paglia. Panche-barca, armadi-ripostiglio, vetrine-bara. A disposizione per insulsi giochi infantili, gitarelle in campagna, sul lago, nei boszki, a caccia di anatre (oche, pardon, le donne poco serie sono oche).
RITMO > Adagio, dialoghi molli e senza furore, monologhi poetici. Come un sogno mattutino, meno reale del reale, più irreale del surreale.
PUBBLICO > Pasciuto e sonnolento, s’adagia sul ritmo blando del testo, carezzevole ninna-nanna. Il Morlacchi non cade a pezzi ma decade per passatismo. (rosso india)

#18
Alessio Pizzech (Castello Pasquini - Castiglioncello)

TITOLO > L'eredità
AUTORE > Alessio Pizzech, da un testo giovanile di BM Koltès
IN SCENA > Francesco Wolf, Celeste Gugliandolo, Elena Croce, Sara Bettella, Giuseppe Nitti, Raffaele Musella
CONCEZIONE > Come in un dramma maeterlickiano ogni personaggio non è che un’entità contrastiva: vive il disagio straziante della propria (in)coscienza, in lotta con ciascuno dei suoi ant-agonisti, pretendenti un’eredità mai nominata, di fatto; ma vive anche l’Os-Sessione Morbosa per il gruppo cui appartiene, in una dinamica di inclusione/esclusione che spinge a uscire e al tempo stesso paralizza il movimento.
AZIONE > Il cadavere del padrone di casa giace in scena, preparato (vestito + bendato + adagiato su un panno nero). È oggetto di attenzioni da parte degli abitanti della casa. Ciascuno attratto e respinto dal corpo del morto.
SCENOGRAFIA > Un’aria bergmaniana pervade l’allestimento: è nel rosso cupo-carminio che fa da tappeto (Sussurri e grida), con variazioni tonali che insistono sulla cronicità dei malesseri, nella geometrica composizione degli spazi e nella de-composizione dei ruoli, che progrediscono per isolati monologhi.
RITMO > La morbosità frequentemente ammorba. Chi ha la pazienza di ascoltare il disastro della mente altrui?
PUBBLICO > Ciò che è morboso finisce con l’ammorbare. Pochi hanno la pazienza di ascoltare il disastro della mente altrui. (rosso india)

#17
Andrea Saggiorno (Teatro ERA - Pontedera)

TITOLO > I fiori d'arancio
AUTORE > Andrea Saggiorno
IN SCENA > Gaëlle Cavalieri, Fulvio Padulano, Gianluca Raia, e al pianoforte Emiliano Bugatti
CONCEZIONE > Difficilmente chi non si ferma quotidianamente a riflettere sul proprio disagio può comprendere questo spettacolo.
Qui è la sofferenza dell’uomo contemporaneo intrappolato nell’anonimato e il sogno come unico sfogo.
AZIONE > Gli attori si fanno ombra, luce e colore per mezzo del loro stesso corpo dietro un velo bianco sfiorato da due fasci luminosi paralleli come visioni oniriche, intangibili figure dall’OltreTomba.
Azione fisica, corporale: messinscena della vita dell’individuo, che si affanna a combattere con l’Altro per poi provare a riavvicinarlo sfiorandolo; cercando inutilmente di comunicare con le parole che, sulla scena, si fanno scritte su fogli di carta che vengono accartocciati, lanciati e inceneriti in un attimo.
A un tratto entra sul palco un individuo-fantoccio di paglia danzando con l’illusione dell’amore, rappresentata dall’unica attrice donna vestita di rosso: tra i rumori della città e le immagini intermittenti di fiori anche la maschera di Pulcinella si prende gioco di loro; non resta altro che l’abbandono alla stanchezza e alla consapevolezza che la sua immagine morirà con lui. Si compie l’ultimo rito: il fantoccio viene bruciato e l’individuo si annega tra le onde del mare.
SCENOGRAFIA > Sul velo-schermo sono proiettati brevi filmati impressi su pellicola: immagini-simbolo, in movimento, disturbate, tremolanti e rallentate dove il mare, metafora di purificazione, è protagonista insieme agli attori che, ponendosi davanti al velo, sembrano quasi fondersi con la sua potenza.
RITMO > Tutta l’azione scenica segue un andamento circolare, ciclico: dietro e davanti il velo come il susseguirsi del giorno e della notte, della veglia e del sonno, del momento della lotta e di quello della pace.
PUBBLICO > applaude stentatamente, irrispettosamente. (rosa dolomite)

#16
Compagnia Scimone-Sframeli (Teatro Solvay - Rosignano)

TITOLO > Pali
AUTORI > Spiro Scimone e Francesco Sframeli
IN SCENA > Spiro Scimone (un ex-operaio in tuta da lavoro, cinico e disilluso) + Francesco Sframeli (in camicia rosso fuoco, invoca invano il Signore) + Salvatore Arena, Gianluca Cesale (due ingenui musicisti ambulanti)
CONCEZIONE > Drammaturgia originale di Scimone
AZIONE > Sui pali Scimone e Sframeli hanno già trovato posto, come ladroni in attesa del calvario o come baroni rampanti in fuga dalla società. Provengono dalla città, dal loro lavoro umiliante, infernale, vogliono perdere l’abitudine alla mortificazione e alla sofferenza. Per questo sono saliti sui pali e per questo convincono altri due personaggi a salirvi, per recuperare la loro dignità e sfuggire alle miserie del mondo.
Il duo messinese come Beckett e Pinter? per le ambientazioni claustrofobiche, gli scenari umani disperanti, l’uso di un linguaggio enigmatico, surreale, bizzarramente comico, che insiste sul disastro dell’incomunicabilità? Uhm… direi più vicini ai palermitani Daniele Ciprì e Franco Maresco! per la volgarità terragna, il sentimento di umanità (di)sgraziata, rimasta quasi senza fiato né collera, e soprattutto i tempi della battuta, nel ripetersi patologico di semplici stereotipi, tra pause lunghissime e rilanci insospettabili!
SCENOGRAFIA > Il quadro della scena ricorda l’iconografia consueta di una crocifissione, tre pali (due singoli; uno a due piazze) confitti nel verde di una collinetta, golgota postmoderno che porta sullo sfondo non il cielo sopra Gerusalemme ma una cornice che conchiude due fasce di colore sovrapposto, come in un dipinto di Rothko, e cangiante per via delle luci.
RITMO > Qualche vuoto d’aria; senza set e senza sound tutto è nelle parole. Quando queste vacillano si rischia l’assopimento.
PUBBLICO > Striminzito, come l’applauso. (rossoindia)

#15
Compagnia Tiezzi-Lombardi (Teatro Verdi - Pisa)

TITOLO > Passaggio in India
AUTORI > Santha Rama Rau da Edward Morgan Forster
IN SCENA > La premiatissima compagnia Tiezzi - Lombardi.
CONCEZIONE > Federico Tiezzi lavora sul testo della scrittrice indiana, recuperando lo spirito del romanzo originale.
AZIONE > Luce / buio: Così i cambi di scena, segnalati dal cordame vibrante di un sitar e di un surbahar. Chandrapore è una città fittizia del Raj. Vi si svolge la storia di un mite e rispettabile medico indiano musulmano, ingiustamente accusato di aver violentato una donna inglese, complice il buio e il mistero di una grotta. Fortuna che la donna sotto processo ritratti la sua accusa, scagionandolo. Capite che può fare la Suggestione, le esalazioni, la cripto-tenebra, il pregiudizio? Sandro Lombardi è un super-panciuto professore inglese che difende il medico dall’infamia. Giulia Lazzarini è la stridula suocera della giovane non-stuprata. Finale in stile Bollywood, con la compagnia che balla sulle note del Tiziano Ferro indiano.
SCENOGRAFIA > Bandieroni Union Jack e i ventiquattro raggi della ruota indiana; enormi carte geopolitiche dell'Impero, video in slow motion con l’India di oggi, imbarazzata dal traffico e dalla sovrappopolazione; arredi in stile e tendaggi, anche color ROSSOINDIA! Evviva!
RITMO > A tratti soggiace alla prolissità dei dialoghi, a tratti brillantemente paragonabile a un conversation piece
PUBBLICO > Pubblico prossimo alla richiesta di donazione degli organi, applaude stremato. (rosso india)

#14
Paolo Poli (Teatro Puccini - Firenze)

TITOLO > Sillabari
AUTORE > Paolo Poli
IN SCENA > Paolo Poli + 4 cloni (Luca Altavilla, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco e Alfonso De Filippis, quest’ultimo anche coreografo) = 5 poli negativi (e il positivo?).
CONCEZIONE > È una selezione dei racconti di Goffredo Parise: come pietre preziose che cangiano colore in virtù della luce, i Sillabari mutano senso a seconda di come li si legge.
AZIONE > Pura retroguardia. Luce piena, dizione perfetta, molto smalto, mani che ondeggiano accompagnando il ritmo della frase. Parise aveva sintetizzato delicatamente il mistero di un’umanità sempre uguale ma costretta a cambiare al cambiare dei tempi. Poli non cambia niente, porta i racconti in prima persona, alcuni li affida ai suoi giovani compagni, e tira dritto, raccontando con voce rapida e monotona le piccole storie di piccola gente, quelle che gli piacevano di più. Sfila nei costumi di Santuzza Calì, alcuni maschili (e mai virili), altri femminili, tutti ricchissimi, coloratissimi, noiosissimi. Canta, ammicca, si compiace.
SCENOGRAFIA > I fondali sono ampi teleri: Luzzati riprende alcuni capolavori della pittura di inizio Novecento, da De Chirico a Sant’Elia, da Picasso a Mondrian, da Morandi a Dalì. Una corta gradinata e si arriva al proscenio.
RITMO > Ai capitoli s’alternano frivole canzonette, balletti da avanspettacolo ma con un pizzico di crudeltà. E non c’è niente di non finito, e non c’è un momento di Energia. A un quadro non si può chiedere il movimento.
PUBBLICO > La nostalgia a teatro funziona sempre. Chi si accontenta… (rosso india)

#13
Pippo Delbono (Politeama - Cascina)

TITOLO > La menzogna
AUTORE > Pippo Delbono
IN SCENA > Pippo Delbono e la sua compagnia
CONCEZIONE > Spettacolo a tesi, come si usava dire, che rende superflua ogni recensione. Opera originale di Pippo Delbono a partire dai fatti dell’acciaieria Thyssen-Krupp (5-6 dicembre 2007).
AZIONE > C’è il fondale-video di padre-zanotelli-che-denuncia-il-mostro-economico, c’è la trovata della Giulietta (Lucia della Ferrera) che da un ponteggio recita il suo celebre monologo, con voce sempre più acuta e straziante. C’è Delbono che prova a scandalizzarci, o indignarci, o innervosirci, o perturbarci, o sbugiardarci. Con le sue camminate, e con quelle del fedele Bobò, l’ex-internato; con le parolacce, scattando foto in mezzo alla platea, mostrandoci un prete bestiale e una cubista da terzo reich. E poi, probabilmente, ingenuamente, con la lunga teoria di spogliarelli, dall’inizio alla fine, quello dell’attore handicappato, quelli degli attori che mimano l’ustione, e infine quello dello stesso Delbono (non si potrebbe dire inatteso…).
SCENOGRAFIA > Costruttivista, più o meno, fotofobica forse: l’esterno/interno di una fabbrica, lo spogliatoio dove operai alienati (sanno ancora esserlo?) indossano la Tuta, le linee, i ponteggi, le lamiere. I tagli di luce non sono affatto male e i neon spogliano la scena di ogni tono caldo.
RITMO > Wagner, tanghi, lieder e canzonette, è l'audace e insensato collante per un insieme (para)tattico di scene hard-core.
PUBBLICO > Mica tutti sanno reagire alle provocazioni. Certi s’eccitano, certi s’annoiano. (rosso india)

#12
Teatropersona (Cinemateatro Lux - Pisa)

TITOLO > Trattato dei Manichini
AUTORI > Teatropersona
IN SCENA > Valentina Salerno, Chiara Casciani, Alessandra Cristiani e Silvia Malandra = tre donne e una bambina.
CONCEZIONE > Visionaria come il racconto di Bruno Schulz di cui Alessandro Serra sfrutta il titolo straordinario.
AZIONE > Tensione + suono + immagine. Scene senza parole né tempo. La danza credibile e meccanica delle tre attrici sta all'energia liberatoria del ballo come l'inquietante perversione di un rito sta alla libertà di parola. I suoni originali sono ben fatti (rarità). La partitura sonora insegue le impressioni visive: disciplina collegiale e giochi infantili. Vestizioni + reprimende. Ondeggiamenti + Convulsioni. I corpi esili delle attrici disegnano gli abiti, la luce-rasoio li staglia. Ora contratti, ora scossi violentemente. Solo la bambina muove agilmente la vestina bianca o il tutù, con grazia ambigua e puerile.
SCENOGRAFIA > Tendaggi neri, disegno luci essenziale ed efficace (d'effetto i controluce e la torcia impazzita che fa vibrare i corpi nel finale), un velo bianco che si schiude e fa ombra dei corpi (è il segno di riconoscimento di Teatropersona).
RITMO > Andante con moto. Senza fuoco né furore. È un colmo d’ansia, a tratti.
PUBBLICO > Come in visita, come fosse un luogo di detenzione. Respira senza afferrare. (rosso india)

#11
Marcido Marcidorjs (Teatro Persio Flacco - Volterra)

TITOLO > …Ma bisogna che il discorso si faccia
AUTORI > Marcido Marcidorjs
IN SCENA > Maria Luisa Abate, Marco Isidori , Paolo Oricco, Anna Fantozzi, Stefano Re
CONCEZIONE > A Marco Isidori piace Beckett, il Beckett ultimo e disperatamente egolalico di L’innominabile. E questo è chiaro.
AZIONE > Nessuna trovata. È una lettura pubblica di un testo chiusissimo, refrattario come nessun altro alla diffusione, impossibile da divulgare. Impresa insensata dunque, resa ancor più ridicola dai costumi di Daniela Dal Cin, che altrove si direbbero geniali, per il loro appeal cartoonesco, i colori super-fashion, le maschere da festa di Halloween (orbitopatia tiroidea), ma qui non fanno che ostentare una distanza dalla parola detta, forzando uno scarto delle immagini. Lo spettacolo è tutto nel monologo beckettiano ripartito in cinque voci (alterate e come megafonate dalla maschera), nel flusso di coscienza pentagrammato dal gruppo.
SCENOGRAFIA > Luce aggressiva incandescente e 5 croci di latta, in equilibrio precario, sulle quali, legati per le mani, stanno nervosamente i cinque attori in tuta sgargiante, scarponi da clown e una corona di mollette per il bucato sospesa sulla testa grottescamente mascherata.
RITMO > Immoto, come una cantilena di annichilente vacuità.
PUBBLICO > Desiste alla distanza, o fa la nanna o scappa, perdendosi lo sconcertante finale (chi non ricorda Ancora cantata da Mina? è l’ultima semplice inattesa e goffa associazione mentale dello spettacolo). (rosso india)

#10
Cesar Brie (Teatro ERA - Pontedera)

TITOLO > Il mare in tasca
AUTORI > Cesar Brie
IN SCENA > Cesar Brie è un attore svegliatosi prete, intonacato per sbaglio da Dio. Dio non è una luce, ma solo una voce, dello stesso Brie.
CONCEZIONE > La scrittura, la regia e l’interpretazione di Cesar Brie sono di sicuro più spietati di quanto sembrino.
AZIONE > Tutto da solo, il protagonista affronta il suo dialogo con Dio (ma chi dialoga con Dio non dissimula forse un folle soliloquio o una perversa egolalia?). Sagace poi banale, euforico e poi contrito. La fantasia fa aggio sulla realtà, allora l’attore – così come il prete – l’attore vero – così come il prete vero – sa che dovrà inseguire invano la vita autentica. Entrambe le professioni pescano la carta perdente, e potrà ammetterlo solo chi non ha paura del fallimento.
SCENOGRAFIA > Corretto e completo il parco luci. L’attor-prete trova in scena i pupazzetti (opera di Danio Manfredini) di spalle, annoiati spettatori in attesa di uno spettacolo che si tramuta in ironico sacramento. E trova i simboli del passato, del suo passato, oltre a quel mare, nastro di raso blu arrotolato nella tasca dell’abito talare; ed anche fotografie, l’immenso abito nuziale della madre, il riso, il vino, la porta oltre la quale c’è la morte, la fine dello spettacolo.
RITMO > Tutto sulle spalle della parola, dell’accento porteno che Brie non nasconde, su cui anzi strofeggia e balla, aiutandosi con il Vivaldi riarrangiato (Vivaldi il Prete rosso, quello del concerto per liuto), che prende aria nuova con ufficio di tanguero.
PUBBLICO > Ben disposto, sorride, forse troppo disinvolto, per un ora circa. (rosso india)

#9
Katzenmacher (Osservatorio di Torre Luciana - San Casciano in Val di Pesa)

TITOLO > Tragedia (a Torre Luciana)
AUTORI > Alfonso Santagata ri-n-traccia Sofocle
IN SCENA > La compagnia Katzenmacher (Santagata è Edipo, Pennacchia è Creonte, Lodi è Tiresia, la Panettieri è Antigone)
CONCEZIONE > Stationendrama nei sentieri della trilogia sofoclea
AZIONE > Di come ormai Edipo e il suo complesso non significhino più assolutamente niente, niente di autentico, duro e soverchiamente tragico, niente di perturbante e demolitore, niente più di una definizione enigmistica o scolastica (prima ginnasio), dice bene questa rappresentazione, sradicata dalla psiche, e trapiantata nell’ozio dell’arte figurativa.
SCENOGRAFIA > Nella collina ove staziona l’Osservatorio astronomico di Torre Luciana (la strada che vi mena è identica ad ogni altra che porti a un osservatorio, ed è anche questo, forse, una tragedia ricorsiva). Postazioni, come case cantoniere ricavate con poco. La vera, grande, solida, imponente scenografia è la falce di luna di Staccioli, il più retorico e massiccio dei nostri scultori. Qui rosseggia, e fa da sfondo alla lotta tra Eteocle e Polinice (urlata in un “gelato”, il microfono che i due si lanciano per urlarsi meglio), ma soprattutto è la meta finale di Edipo e Antigone, ricongiuntisi.
RITMO > Brezza leggera, fuoco di paglia, strilli senza voce. 70 minuti forza 2.
PUBBLICO > Trotterella, al passo con le due non necessarie guide (Gay + Alveario), incasaccate a fiori per segnare a torcia l’indirizzo della stazione successiva. Per forza non numeroso, giunto al luogo deputato frescheggia, annusa erbe selvatiche, cammina libero (bello non dover accavallare le gambe impazienti in una squallida poltroncina), addormenta il pensiero nella stellatura romantica e aromatica del cielo. (rosso india)

#8
LaLut (Castello Pasquini - Castiglioncello)

TITOLO > Il custode
AUTORI > Harold Pinter
IN SCENA > Angelo Romagnoli, bipolare, distonico manipolatore. Luca Stetur, spiantato opportunista. Francesco Pennacchia, catatonico.
CONCEZIONE > È Pinter, The Caretaker, 1960: questo significa, nel corpus pinteriano, niente politica e molti oggetti, per fortuna, gli oggetti sono lo spazio e gli attori sono l’azione. LaLut gli è fedele.
AZIONE > 3 attori, 3 tipi: L’Ingrato e Infingardo; L’Inesperto e Incoerente; L’Irragionevole e Impetuoso. Non aver voglia di lavorare, preferire l’ozio domestico, detestare gli extracomunitari che invadono i nostri territori, immaginare per sé una vita di bricolage, che c’è di strano? Pennacchia balbetta coi piedi, si affretta piano, ripetendo in continuazione le stesse parole che gli impastano la bocca. Romagnoli mena le mani, mastica bullandosi toponimi londinesi e articoli di legge. Stetur sguscia da un padrone all’altro, campione d’ingratitudine.
SCENOGRAFIA E LUCI > Un giaciglio di fortuna-assi di legno, scatole e ripostigli-dietrotenda, una statuetta di un budda, la cucina è tutta la casa (kitchen-sink), una sega da traforo può penetrare nel cranio, come uno sgocciolio dal soffitto. Ciarpame + Ciarpame, arnesi da lavoro, arredo male in arnese: le scansie ingombre di un robivecchi, per mania non per professione. Neon + incandescenza = temperatura insolita.
RITMO > Circolarità delle dinamiche d’attore, sostenutissime sticomitie senza-senso.
PUBBLICO > Sottratto alla restituzione del senso, ascolta impaziente, come incubando. (rosso india)

#7
Cesar Brie - Teatro de Los Andes (Castello Pasquini - Castiglioncello)

TITOLO > Odissea
AUTORI > Cesar Brie
IN SCENA > 9 attori, tutti sudamericani ma provenienti da luoghi diversi - 4 uomini, non belli né ellenistici, e 5 donne, loro sì con un fascino antico e tribale - interpretano in tutto 55 personaggi in due ore e mezzo di spettacolo.
CONCEZIONE > Omero con il passaporto boliviano. Un viaggio per mare è pur sempre un viaggio per mare, sia quello infedele dell’Ulisse, sia quello del turista, sia quello del migrante o dell’esiliato. È una traversata nella storia più che nella geografia dei mari. Ma si tratta del vecchio tema del nostos.
AZIONE > Fantasia, Simboli, Interferenze. Il sesso è sublimato nelle acrobazie di ironici corpi danzanti, la violenza e il sangue sono sputi o ceffoni, i messaggeri divini conversano con un cellulare, i ciclopi sono bravacci hip-hop, Circe parla con le parole di Jobim e offre Coca Cola light; Nausicaa è una viziata figlia di papà sui trampoli, e via dicendo.
SCENOGRAFIA > Canne di bambù pendono dall'alto, scorrono su guide: aprendosi configurano spazi, chiudendosi creano percorsi, scucendosi come tendaggi offrono passaggi, immobili quinte ed anche rumori di scena. La musica pronuncia le parole del pueblo, c’è una mistica dell’ascolto, i costumi descrivono l’intemperanza di una rilettura finalmente viva.
RITMO > Rollio o beccheggio di onda e di poema. Impeto e canto struggente.
PUBBLICO > Meno commosso che divertito; ma benevolente e franco. (rosso india)

#6
Marco Paolini (Politeama - Cascina)

TITOLO > Album d’aprile
AUTORE > Marco Paolini
IN SCENA > Marco Paolini e Lorenzo Monguzzi, chitarrista e cantante dei Mercanti di Liquore
CONCEZIONE > Mi ricordo, ti ricordi? sì, anche noi. Ci ricordiamo. Cos’era? il ’74? il ’75? no, il ’74, l’anno di Piazza della Loggia, la bomba nel cestino. Xe sucese tante robe… Sì, infatti, l’estate della maturità. L’anno del campionato giovanile di rugby.
AZIONE > Il chitarrista si muove da rocker e la sua sedia la usa poco. Anche Paolini la usa poco, parla, danza, s’agita. Parla forte: in veneto e in italiano. In veneto perché nei paesi si parla il dialetto, e il dialetto ha tanti corpi quanti sono i suoi parlanti. In fondo Paolini parla tanto e forte tanto pa capire come che semo rivài fin qua. Ma se uno lo sa già? Si diverte a riscoprirlo. Come si arriva a giocare a rugby anziché a calcio, come si arriva a darsele coi fascisti, a scrivere tazebao pensando sia una roba cubana, a trovarse na morosa. E dopo due ore, la sua storia, che non era la nostra, non lo era e non lo sarà mai, xe diventà un pòco ànca la nostra.
SCENOGRAFIA > Due sedie di legno, qualche luce ben piazzata. Che altro? i panni del rugbista; maglia e scarpini.
RITMO > Compiaciuto, crescente, sostenuto.
PUBBLICO > Ben disposto, ubbidiente (fin troppo cedevole) alla risata, come al raccoglimento. (rosso india)

#5
Claudio Morganti (Teatro ERA - Pontedera)

TITOLO > Il pigiama di Macbeth. Riscrittura domestica
AUTORE > Claudio Morganti
IN SCENA > L’attore è solo. Luca Stetur: è un pazzo, una strega, un avido, un impaurito, un succubo della moglie, un ambizioso, un marziale, un ironico, un saturnino, il tutto con la medesima credibile raffinata maturità.
CONCEZIONE > Per quadri, isolati, transizioni di luce, prelevati dalla capsula perfetta della tragedia shakespeariana.
AZIONE > La storia raccontata da un idiota. Nella fattispecie: i difetti vanno saputi portare; vanno inghiottiti, assimilati, digeriti ed evacuati, e la regola è: non lasciarsene sopraffare; qui, arrivismo e corruzione ottundono il cervello e mandano a morte.
SCENOGRAFIA/LUCI > Il palco seminudo sintetizza una fosca e piovosa corte di Scozia. I punti-luce accendono/spengono i quadri; alto/basso: muovono l’azione e le parole; un globo rosso infiamma l’alto a sinistra; infine una cornicetta di lampadine depone il cadavere di Macbeth.
RITMO > Largo; sostenuto; preciso; vasi comunicanti: tensione e divertimento.
PUBBLICO > Ben disposto e attento. Potrebbe desiderare di rimanere, oltre lo spettacolo, a discuterne.
(rosso india)

#4
Teatropersona (Castello Pasquini - Castiglioncello)

TITOLO > Il Principe Mezzanotte (studio)
AUTORE – REGIA > Alessandro Serra
IN SCENA > Andrea Castellano, Valentina Salerno, Marco Vergati
CONCEZIONE > Una favola contaminata – Lewis Carroll; La Belle et la Bête o meglio Amore e Psiche, Apuleio nell’Asino d’oro – dall’aspetto cinematografico alla Tim Burton. Immancabili i caratteristici temi fiabeschi: trasformazione, sogno, spavento, e alla fine: il lieto fine. Vittoria all’illusione, il principe conosce semplici giochi di prestigio. Ruoli capovolti: l’amabile amata uccide la strega e scioglie l’incantesimo mentre l’asinello strimpella una fisarmonica.
SCENOGRAFIA/AZIONE > Neri occhi truccati da soldatino di piombo su rotelle rivelano la storia del Principe Mezzanotte ritirato in una cupa rocca saturnina poiché vittima di un malefico sortilegio ... E poi giù, dentro il rosso comò, alla volta del castello. Al centro un lampadario di vetro, custode del cuore principesco: luminosità, oscurità. In fondo tende retroproiettate con sagomine ritagliate, un treno sbuffante, personaggi ansimanti, impauriti e marziali. I costumi strizzano l’occhio al noir, esso stesso noir.
RITMO > Barbosa introduzione: in piedi. Fiacco e affollato il passaggio al di là del comò. Dinamico, quasi frettoloso, il recitato.
PUBBLICO  > Forzato in piccolo spazio, a semicerchio sotto il lampadario. Indispensabile. Svagato e alle volte stupito.
 (rosa dolomite)

#3
Giancarlo Cauteruccio (Teatro ERA - Pontedera)

TITOLO > Panza Crianza Ricordanza
IN SCENA > Giancarlo Cauteruccio è solo, non contiene l’inflessione dialettale, non contiene l’adipe, non contiene la logorrea, non contiene la più facile e pervertita retorica moraleggiante.
CONCEZIONE > Stupisce che ve ne sia una. Tre porzioni di monologo, o monologo tripartito sui temi della memoria, dell’uguaglianza, della cattiva coscienza: “Mi fa fame”, “Parru sulu” e “M’arricuordu”. L’incomunicabilità, l’Occidente che mangia e uccide, l’Oriente che digiuna e muore, la nostalgia. L’assenza di profondità è tanto adriatica e palese da risultare insolente.
AZIONE > L’attore è solo, fuori forma, arranca.
SCENOGRAFIA > Malmessa, denutrita al contrario dell’attore. Oggetti/sculture e videosequenze dilettantesche proiettate alle spalle dell’opulente Cauteruccio accompagnerebbero efficacemente il percorso dello spettacolo se fossero state pensate per accompagnare efficacemente il percorso dello spettacolo.
RITMO > Non fosse per i suoni percussivi inauditi di Gennaro De Rosa, l’unico ritmo di cui parlare sarebbe quello ossessivo e ansimante delle parole obese e vacue di Cauteruccio.
PUBBLICO > Ben disposto, approva con pervicacia, non credendo a una parola, com’è naturale.
(rosso india)

#2
Abbiati e Capuano (Castello Pasquini - Castiglioncello)

TITOLO > L’albero della cuccagna
AUTORI > Roberto Abbiati e Leonardo Capuano
IN SCENA > Roberto Abbiati è un reduce di guerra, impaurito e affamato; Leonardo Capuano è un secondo reduce di guerra, afasico ai limiti del mutismo, tra Charlot e Harpo Marx; Laura Palminiello è Rimedia, vestita da sposa, puro e invisibile angelo postbellico.
CONCEZIONE > Da un’idea di Leonardo Capuano, un’ora piena, artisticamente inconcludente e strategicamente lirica.
AZIONE > Chi è morto, chi è vivo? Il gioco esiste solo in vista della morte.
SCENOGRAFIA > Sulla scena magnifica, dove trovano posto anche alcuni spettatori, un ambiente da fiera, tutto in malora: baracconi, mobilio, lumini e sorprendenti congegni a scatto, e al centro: l’albero della cuccagna da cui penzolano insaccati. È l’ora di un qualsiasi dopoguerra, uno sfacelo postbellico infarinato (calce o farina?) da Rimedia.
RITMO > Da calibrare. Non sempre sostenuto, desiste a tratti l’energico insieme.
PUBBLICO > Ben disposto, esce incolume, senza un graffio, in un medio sorriso.
(rosso india)

#1
I Sacchi di Sabbia (Castello Pasquini - Castiglioncello)

TITOLO > Sandokan o la fine dell’avventura AUTORE > Giovanni Guerrieri
IN SCENA > Gabriele Carli, Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri, Enzo Illiano, Giulia Solano
CONCEZIONE > Un’avventura ortofrutticola d’ascendenza salgariana, sfornellata in un’oretta, ma dalla preparazione laboriosa. I Sacchi di Sabbia hanno un verduraio per amico.
AZIONE > Mi ferisco e sanguino al pomodoro, mi rifugio tra i porri, una carota per monocolo, conquisto cespi d’insalata. Tutto per amore della perla di Labuan. Con l'occhio sinistro faccio arrivare all'emisfero destro la preparazione gastronomica; con l'occhio destro faccio arrivare all'emisfero sinistro la narrazione salgariana. Il sinistro narratizza e riconosce; il destro idea e costruisce. Ogni distratta interferenza è una bella risata.
SCENOGRAFIA > Una modestissima trasmissione Tv cucina-e-impiatta: al centro un tavolo, arnesi da cucina, una gran quantità di ortaggi, una radiolina.
RITMO > Sminuzza, trita, affetta, spezza e impiatta; rondelle, fettine, strisce, foglie e dadini.
PUBBLICO > Accalcato, soddisfattissimo.
(rosso india)

 

 

 

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