cronache dal mondo delle rane  
 
 

Multisala
a cura di Verde d'Irlanda


#13
Copia conforme alla nostra vita (2010)

Produzione italo-franco-iraniana (una specie di colletta!), la pellicola di Daniel Kiarostami ha incontrato i favori della giuria di Cannes, che ha deciso di premiarne gli interpreti protagonisti come migliori attori. Elio Germano e Juliette Binoche entrano dunque nel palmares del festival pur offrendo una prestazione decisamente al di sotto di altre passate. E questo non solo per loro difetto ma per la natura del film, fotografia fuori fuoco della realtà contemporanea.
Nel momento in cui il cinema di questo regista ha la pretesa di farsi veritiera riproduzione del reale, del vissuto, del quotidiano, ecco che la sceneggiatura si frange, si infrange contro un muro di stereotipi che ammorbano i dialoghi. E gli attori nulla possono se chiamati all’ingrato compito di restituire il falso: ne usciranno sporchi di quella ambiguità morale di cui il film è insozzato. Mi riferisco all’ambigua (e intollerabilmente anacronistica) descrizione delle classi sociali, e all’occhio gentile (assai poco verosimile) che trasforma luoghi scenici che si vorrebbero reali in ambienti patinati, caldi e compiaciutamente ritoccati. Descrizioni ridondanti perché per giunta caricate da una colonna sonora ordinaria e da un uso banalizzante dei movimenti di macchina.
Non fosse per qualche intuizione visiva di buon livello, e per il livello decoroso delle seconde linee del cast, questa ennesima indulgente narrazione delle vicissitudini personali e lavorative (sembrando le une specchio delle altre) di un personaggio dall’anima nascostamente buona (quanti ancora dobbiamo vederne prima di poter passare a un’altra e più interessante complessione psicologica?) riuscirebbe insopportabile dall’inizio alla fine. (rosso india)


#12
Sul mare è complicato (2010)

Gli affezionati lettori di questa rubrica non si abituino: se torniamo a parlare di una pellicola erotica è solo perché abbiamo a che fare con una regista talentuosa e di successo, Nancy D’Alatri, che si cimenta per la prima volta col porno-soft, non rinunciando a qualche incursione nel territorio della sophisticated comedy e nel film di denuncia sociale. Com’è naturale, questi aspetti laterali, per così dire, lasciano il tempo che trovano, non potendo essere convincenti come la linea portante del film, che consiste in una torbida liaison tra un gruppo di attempati borghesi e un bellissimo giovanotto, Salvatore, che si guadagna da vivere con un paio di lavori malsicuri e insoddisfacenti.
Sulla spiaggia di Ventotene, ambientazione da cartolina, i protagonisti consumano, non senza qualche difficoltà (è complicato sul mare…), una passione infuocata ma effimera, che dura il tempo di un’estate e di un inverno.
La direzione presa dal film è chiara: la pienezza e l’appagamento sono destinati a finire; agli sfavillanti riflessi estivi del mare seguirà l’arida e silenziosa atmosfera invernale, immersa nella quale si concluderà l’orgiastica ambiguità dei rapporti. Le ineccepibili doti dei protagonisti (degli esordienti come dei veterani), il cui talento drammatico riesce ad emergere finanche nelle scene di corrivo erotismo, rendono il film innegabilmente piacevole, benché, torniamo a dire, vi sia una certa superficialità nel trattamento delle sottotrame, di quei sentieri narrativi che la regista accenna appena (il lavoro nero, l’adulterio).
Un gusto fotografico spiccatissimo consegna allo spettatore alcuni fermi immagine da antologia, mentre la colonna sonora si intona perfettamente al deliquio a cui si abbandona Salvatore, con pezzi di coinvolgente intensità, alternati a struggenti brani melodici, che stemperano in un brivido conclusivo la perversa vicenda sessuale. (rosso india)


#11
Baciami la cosa bella (2010)

E' la prima recensione del 2010 e per la prima volta in questa rubrica ci occupiamo di una pellicola erotica. Si tratta di un porno-soft d’autore, chiariamo, ma ha tutte le misure del film di genere.
Lo stile è deciso e vibrante, le sequenze di sesso sono efficaci e credibili, e il film si appoggia su alcuni deliziosi intermezzi comici.
Due piani temporali separati si alternano: gli anni Settanta, in cui la giovane Anna Nigiotti, di una bellezza sciatta e irresistibile, vive avventure erotiche distratte, sopraffatta da un desiderio irrefrenabile, quasi disperato; e i giorni nostri, in cui i figli di Anna, Carlo e Giulia, ormai quarantenni, perdono il controllo dei propri sentimenti, sperimentando una sessualità feroce ma angosciata, cedendo al tradimento e alle proprie fragilità. Potranno così perdonare l’anziana madre, rivedendosi in lei e scoprendo di esserle molto più simili di come immaginavano.
Al film non fa difetto la costruzione dei personaggi, molto meno schematici di come ci si aspetterebbe. L’autenticità degli interpreti, messi a nudo in tutti i sensi, dimostra la maturazione del regista, che, messo da parte un certo giovanilismo buonista, si lancia in un’impresa narrativa non semplice. È aiutato da una scrittura sapiente e godibile, e dalla splendida resa dell’ambientazione, una Livorno sgranata e malinconica.
Certo, la colonna sonora che pesca tra le hit della stagione e una fotografia molto satura e non sempre plausibile, caricano e appesantiscono il film, che già patisce certe messe in quadro strettissime, obbligate naturalmente, ma forse un po’ frettolose e non sempre sopportabili.
Davvero interessanti i personaggi di contorno, la lunga serie di amanti occasionali che Carlo e Giulia si concedono. Sono tutti attori giovani, che si mostrano in tutta la loro avvenenza, giocandosi le proprie carte per un avvenire nell’industria del cinema.
Baciami la cosa bella è complessivamente un lavoro lineare, sorprendente a tratti, deludente per certi aspetti, ma da non sottovalutare. (rossoindia)


#10
Nastro e spazio bianco (2009)

Ultima recensione del 2009. Ancora una volta Napoli e la Germania si intrecciano, mostrando sembianti torbidi e malinconici, languidi e disumani. Qui l’intreccio si incarna nella struggente storia di Maria, una donna emigrata in un villaggio protestante della Germania del Nord, che vive il ricordo della sua città e della fuga nell'angoscia dell'attesa; l'attesa che sua figlia, nata prematura, cresca nell'incubatrice. Intorno a lei bambini e ragazzi che frequentano assieme l’unica classe della scuola del paese, le loro storie, le loro famiglie: il barone, l’intendente, il pastore, il medico; e le dinamiche inesorabilmente crudeli che coinvolgono tutti.
Una regia fredda e incisiva dispone con indisponente compiacimento fermi immagini rivelatori (va riconosciuto un raffinato gusto fotografico, un superbo bianco e nero in cui sembrano liquefarsi i colori dei ricordi napoletani di Maria), e il confronto è spietato: tra quella bambina, non ancora veramente nata, e già destinata a una realtà perversa; e quei bambini, che osservano – e già alimentano - il clima di minacce, violenze e sopraffazioni che avvelena la Storia a noi contemporanea. L'enigma dei sentimenti è nell'eleganza asciutta, rarefatta, misuratissima di Margherita Buy, che sembra quasi assistere trasognata allo svolgersi dei suoi stessi pensieri, continuamente in dissolvenza verso il bianco della paura e dello stupore. Le canzoni scelte come colonna sonora (delicate ma un po’ sonnolente quelle originali di Nicola Tescari) fanno da contrappunto al coro dei bambini, solenne, misterioso, inquietante.
Cannes e Venezia hanno applaudito un po’ sbigottiti l’intensità di questa storia difficile, di poche parole, in cui le azioni fanno posto alle sensazioni, forse troppo difficile e noiosa per il nostro cinema e per il pubblico italiano. Margherita Buy da Oscar. (rossoindia)


#9
Segreti spezzati (2009)

Da molto non eravamo spettatori di un film a episodi così ben equilibrato, dosato, ricco di corrispondenze interne e calibrati richiami visuali.
Il primo episodio, dal titolo Gli abbracci di famiglia, firmato Peter Coppola, ha il suo fuoco nel personaggio di Bennie (il giovane ma già maturo Alden Ehrenreich), figlio illegittimo di un ruvido affarista madrileno. Il ragazzo, ricongiuntosi con il fratellastro, che si era trasferito anni prima in un’isola del Mediterraneo, rimarrà coinvolto nella sua morte insieme con la fidanzata di lui.
Il secondo episodio, che dà il titolo al film, è diretto da Francisco Almodovar: l’aspirante attrice Lena (Penelope Cruz, di cui non si dirà mai abbastanza la perfetta integrazione nell’universo creativo del regista) vive un’intensa storia d’amore con un acclamato direttore d’orchestra americano, che la allontanerà dal geloso ex compagno, il poeta Tetro.
La scrittura dei due testi filmici, un’ora ciascuno, è fluida ed elegantissima. Alcuni dei temi cari ai due registi, il peso opprimente della famiglia per il primo e la “santità” dell’artista per il secondo, trovano qui il giusto spazio, rispondendosi tono su tono, senza ridondanti manierismi o disinvolture tecniche.
Così, alla desaturazione delle tinte del primo episodio risponde il colore vibrante ed emotivo del secondo; alla recitazione “in minore” del primo (la rigidezza espressiva mostrata da Vincent Gallo ad esempio non è qui affatto biasimevole), risponde l’interpretazione sopra le righe del secondo (dirompente, oltre alla Cruz, Lluis Homar); alla linearità narrativa del primo risponde l’andamento sincopato del secondo, frutto di un montaggio a tratti temerario.
Comune a entrambi, affiorante ora nella spiccata sensualità, ora negli impulsi repressi dei protagonisti, è quella che potrebbe definirsi un’apologia della libertà.
Penelope Cruz da Oscar. (rosso india)


#8
Uomini che odiano le ex (2009)

È un giallo dolce-amaro quello diretto da Niels Arden Waters. Una confezione raffinata, un montaggio senza sbavature e passaggi a vuoto, una tensione mai calante. Ma basta a riscattare un soggetto a dir poco sconcertante per banalità e piattezza? Harriet, una donna misteriosamente scomparsa durante una riunione di famiglia su un’isola inospitale del Nord Europa, si ripresenta molti anni dopo al compagno di giochi della sua infanzia, diventato nel frattempo un noto fotografo del jet-set (Matthew McConaughey). Non tornerà da sola, ma porterà con sé i fantasmi di decine di altre donne, tutte scomparse in passato, che si scopriranno essere le ex dell’impenitente sciupafemmine.
Tormentato dai rimorsi di una vita di relazioni fallite, e braccato da due implacabili investigatori che indagano sui grotteschi delitti, per il nostro fotografo si spalancano le porte di un tragico destino. McConaughey a dire il vero si muove assai bene nei panni di un personaggio disforico, che nasconde con la libidinosa gigioneria un passato torbido, strizzando l'occhio addirittura al Verdoux chapliniano. Molto meno sicura nel ruolo Noomi Repace, che interpreta Harriet in maniera poco convincente e solo a tratti con la giusta sensualità. Ma non attribuiamo la colpa ai due attori protagonisti se la costruzione psicologica dei personaggi è solo abbozzata e i dialoghi sono incerti; è il voluminoso thriller best-seller di Stieg Larsson - da cui il film trae ispirazione solo a metà - ad essere una boiata.
Superba la fotografia: i colori saturi e aggressivi e una luce che pare raffreddarsi progressivamente accompagnano le sequenze rivelatrici del film. Matthew McConaughey da Oscar.
(rosso india)


#7
Chen (2009)

Ernesto “Chen” Guevara, motociclista, medico, scrittore, stratega, rivoluzionario ma soprattutto soggetto dell’immagine più stampata del XX secolo, riceve con questo film la sua apoteosi di celluloide, per mano di Steven Soderbergh.
Tra i sopravvissuti di un lacerante conflitto mondiale ci sono il giovane argentino Guevara e l’avvocatino cubano Castro. I due, alla guida di una colonna di uomini partono alla volta di L’Avana, dove sanno essere tenuta prigioniera Clara, la fidanzata del Chen (una splendida Julia Ormond, occhi viola, capelli fluenti e sorriso triste). Li accompagna anche lo sfuggente e invidioso Raul, fratello di Castro (interpretato dal muscoloso e sulfureo Rodrigo Santoro). Soderbergh non va per il sottile e descrive senza paura di sembrare retorico il collasso della moderna civiltà e la più totale devastazione ambientale. Lo fa muovendo la cinepresa nel fogliame color smeraldo dei villaggi razziati dai predoni, tra i deserti aridi del pericoloso entroterra centroamericano, percorrendo foreste tropicali e assembramenti urbani postnucleari. Il regista gira con una Redcam le sequenze più avventurose, tracciando un parallelismo arditissimo tra le raffiche nemiche e i flash dei fotografi che faranno del Chen una stella romantica e hollywoodiana; ma disegna a mano certi fermi immagine da antologia (sorprendenti quelli in cui Chen con la precisione di un pranoterapeuta e la ferocia di uno spietato assassino, convoglia la sua energia in particolari punti di pressione dell’avversario, detti tsubo).
Guevara ha i muscoli scolpiti e la faccia rude di Benicio del Toro, sempre a suo agio quando si tratta di far innamorare ragazzine con lo sguardo da macho e un istante dopo infliggere un colpo mortale a un nemico.
Il versatile regista della saga di Billy Ocean, di cui questa rubrica si è già occupata, concepisce qui la storia di un vero leader – oltre 4 ore di biografia – suddivisa in due capitoli, e conclusa da un epilogo contraddittorio quanto spettacolare, che non riveliamo ai nostri lettori. Dobbiamo rilevare purtroppo come il godimento del film sia viziato da un doppiaggio che snatura la dimensione di estraneità del protagonista in una terra che non gli appartiene veramente, e storpia perfino i numerosi riferimenti alle tecniche marziali apprese a Hokuto, la località dove si producono i sigari preferiti dal Chen (incomprensibile davvero la scelta di tradurre Trasmigrazione attraverso Satori con Rivoluzione contro Batista). Benicio del Toro da Oscar.
(rossoindia)


#6
Il Gran Torino (2009)

Il Gran Torino è un film sul declino fisico di un grande attore. Walt Kowalski (Clint Eastwood) è un reduce di guerra appena rimasto vedovo; ex operaio della Ford passa il suo tempo a idolatrare la sua auto, un modello coupé molto in voga in USA. Passato l'hobby delle donne (per manifesta perdita della funzionalità dello strumento), al nostro è rimasto quello dello sport. Non potendolo in prima persona praticare per sopravvenuta osteoporosi, Walt si lancia in celebrazioni da circolo sull'età calcistica dell'oro con il suo fido giovane amico Thao (Bee Vang). In gioventù racconta di aver seguito le fortune e le disgrazie del Grande Torino, quello del celebre ciclo sportivo durato 8 anni e vincitore di 5 scudetti consecutivi. Affascinato dalla fantasia di Valentino Mazzola e dal cuore di Aldo e Dino Ballarin, durante una notte popolata di incubi in cui sogna autogrill pieni di pullman di tifosi avversari in trasferta, intraprende una lotta all'ultimo sangue con la fazione rivale (juventina) del suo paesino americano nemmeno fosse l'ultimo, il più sanguinario degli ultras. Con mazza e manganello, li va a trovare, ne pesta uno, li avverte di stare alla larga. I facinorosi bianconeri non mollano e nella stessa sera sventagliano di colpi la casa di Thao ferendolo lievemente e quindi, non paghi, violentano la sorella Sue (Ahney Her). Non c'è prezzo per quello che hanno fatto. Walt-Clint cerca la sua colt e non la trova, allora decide di chiudere in casa Thao per non sottoporlo alle grinfie dei rivali e di farsi giustizia da solo. Dopo una lucidatina alla sua auto d'epoca, esce per strada e si reca al vicino aeroporto. Memore dei suoi voli di guerra, ruba un trimotore FIAT G. 212 delle Aviolinee Italiane con l'intenzione di bombardare il covo nemico. Ma non sa più gestire il suo corpo: sono passati i tempi dei western, di Sergio Leone e gli orologi a catena che teneva accanto alla sua pistola sono ormai senza batteria. Lui finge di non saperlo (del resto è pur sempre il duro anzi "il buono") e, senza riuscire a ruotare le braccia sullo sterzo oltretutto inficiato dall'insulina che deve iniettarsi contro il diabete, non vira e si ritrova sull'oceano. Unica, desolante fine è la tragedia. Senza poter evitare l'impatto, alle 17.05 si schianta contro i muraglioni di sostegno del giardino sul retro della Basilica di Superga di Torino. Migliaia di persone seguono il feretro nell'ultima, straziante scena del film. Solo una domanda: era buono il goal di Mazzola a Bari nel 1943 che condannò il Livorno al secondo posto in classifica dopo una cavalcata trionfale verso lo scudetto? Non convince la regia. Clint Eastwood da Oscar (alla carriera).
(verde d'irlanda)

#5
Natale sul comò (2008)

Cinepanettone con cast di eccezione, Natale sul Comò strappa consensi, applausi e qualche mugugno. La formula collaudata della risata facile e triviale sembra quest’anno, almeno in parte, abbandonata. Aldo, Giovanni e Giacomo sono le vere e proprie scoperte, De Sica e Ghini le conferme. Inutile riassumere la trama fatta di allontanamenti e di agnizioni, di brasiliane e di psicologhe.  Quel che conta è in questo caso tentare un’analisi della società contemporanea attraverso lo studio dei personaggi, dei caratteri che si muovono nel testo e nel sottotesto del film che, di fatto, è un grande affresco contemporaneo. I protagonisti della pellicola si muovono rigorosamente in coppie e finiscono per essere specchio di un malcostume della società contemporanea. Che dire infatti del binomio di divorziati impuniti e impenitenti che decidono di passare le loro vacanze insieme (Ghini e De Sica)? Sembra chiaro che questi due attempati personaggi rappresentino l’odierna borghesia della piccola-media impresa in fuga dalle responsabilità che, per scampare la crisi economica, abbandona baracca e burattini in preda a crisi esistenziali. Che dire poi della coppia di ragazzini (Fremont e Propizio) che, abbandonati zainetti e merendine, se ne va alla ricerca di sesso, droghe e svago facile e discotecaro da paradisi esotici? Loro, figli della Endemol Generation che un giorno busseranno alle porte delle nostre case per chiedere di essere aiutati sono, in realtà, la personificazione del male supremo che sfocia nel prurito inguinale.
Mentre borghesi meneghini pianificano vacanze scherzando e inveendo contro i meridionali, Harry Potter dialoga con i tableaux vivants impersonati dal trio comico, e psicologhe tentano di ricostruire rapporti instabili e aiutare la fecondazione artificiale della coppia Hunziker-De Luigi, il film scorre lento e veloce, complicato e lapalissiano. Ma ecco che le domande ci attanagliano. La prima: chi punirà tanto lassismo? E poi: chi costringerà il nostro paese a svegliarsi dalle tenebre, dal coma nel quale è immerso per colpa di queste classi sociali discutibili?  Forse la soluzione sta proprio tra le pieghe del titolo (finezza del regista): su quel comò del quale, all’apparenza, non si parla mai nel film. Che sopra vi sia una gigantesca sveglia? Troppo semplice. Che sia, come penso, un francesismo per indicare e ghettizzare la città di Como come a dire che il Natale laggiù non è vero Natale, che la frutta secca comprata in riva al suo lago sa di stantio?  E perché poi proprio Como? Forse perché ospita la villa di George Clooney? Ecco, davvero, crediamo che il cinema italiano si possa emancipare da quello hollywoodiano anche senza questi piccoli, squallidi mezzucci. Impagabili le interpretazioni femminili, sufficiente la regia, belle donne e gingko biloba ovunque.
Christian De Sica da Oscar. (verde d'irlanda)

#4
Intervista al twilight (2009)

Intervista al twilight è un film difficile. Trompe l'oeil dalle tinte fosche, si snoda tra relazioni pericolose, amori giovanilisti e incesti. Il tutto però senza mai perdere il savoir-faire di certe regie a metà tra l'autoriale e il disincantato. Stiamo parlando di una storia tra vampiri e apprendiamo che ne esistono di efferati e di svirilizzati, di impavidi e di castrati. Alcuni li vedrete sgozzare topi e pantegane per sopravvivere bevendone il sangue, di altri sentirete il brontolare dello stomaco che, prima di azzannare la bella amata, rimane vuoto per scelta. La trama. Louis De Point Du Lac (Brad Pitt), famoso vampiro, viene intervistato da un coraggioso giornalista. L'occasione è fornita dalla volontà di fare outing del protagonista che, infatti, racconta di essere stato un ricco proprietario terriero e di essere stato "vampirizzato" da Lestat de Lioncourt (Tom Cruise). Pitt si spinge più in là, narrando la "vampirizzazione", sempre ad opera di Lestat, dell'allora minorenne Claudia (Kirsten Dunst). L'affresco cupo che si materializza è contrapposto alle tinte a pois rosa su sfondo giallo di Edward Cullen (Robert Pattinson), anch'egli vampiro innamorato e supereroe (ferma tipo Hulk le auto in corsa). Pitt racconta la storia d'amore di Cullen con Bella Swan (Kristen Stewart), le doti seduttive di lui e la vena romantica di lei, non senza un pizzico di nostalgia per il muscoloso e seducente vampirino. Sequenze vuote: non succede quasi nulla fino alla fine del film, quando Louis scappa con la povera sodomizzata Claudia e incontra Armand (Antonio Banderas) capo di una macabra, ma virile, compagnia teatrale. La fuga verso la redenzione è stoppata ancora da Lestat che si nasconde in un cimitero, ormai malato di diabete, per meditare su come vampirizzare Bella, che intanto è divenuta la vittima designata dalla follia omosessuale di un Cullen sempre più muliebre. Ma una domanda avvolge, ammanta, azzanna il film: cosa succede al crepuscolo? Perché intervistare un vampiro al crepuscolo se tanto si sa che, fino al buio completo, non potrà arrivare? Perché questa finezza del titolo mezzo italiano mezzo inglese? Ma soprattutto: Louis amava segretamente Cullen (che si è ritoccato i canini per non apparire un vampiro)? Con questi interrogativi il film scorre lento e veloce. Le macchine da presa sono ora ferme ora ossessive sui primi piani dei protagonisti. Ottima dunque la regia, specialmente quando segue le gesta di Louis e Lestat. La mia esperienza mi dice che una qualche eredità di questa attenzione per i personaggi sia filtrata nel recente, e tanto osannato, "Breakfast on Pluto". Come non detto.
Tom Cruise da Oscar. (verde d'irlanda)

#3
Milk & Chocolat (2008)

Milk&Chocolat è un film difficile. Affresco contemporaneo ed al contempo dramma-commedia simil fantastica a lieto-cattivo fine, si muove ora nei meandri fantastici del surreale, ora in un reale universo di segni codificabili. Il cast d'eccezione fa solo da spalla a una pellicola sostanzialmente misteriosa: da una parte l'America anni '70 (San Francisco per la precisione) fatta di simboli e di uomini virili poco ironici, dall'altra un paesino fantastico dalle tinte fosche, Lansquenet, abitato da conservatori cattolici poco avvezzi ai peccati di gola (specialmente in periodo di Quaresima), che si trova a dover convivere con le dolci tentazioni del negozio di Vianne (Juliette Binoche), abile profeta delle virtù "curative" della cioccolata al peperoncino. Con l'aiuto di una vecchia saggia, laconica e diabetica (Judi Dench) e di una donna in crisi coniugale (Lena Olin) che si rifugiano nel suo negozio scambiandolo per una taverna, Vianne riuscirà a mantenere viva l'attività e a proteggerla dalle bordate clerical-conservatrici del Conte di Reynaud, sindaco ed indiscussa autorità del luogo (Alfred Molina). La vita del negozio è però scandita dalle vicende dei personaggi maschili. Da una parte Milk, personaggio-chiave interpretato da Sean Penn che si muove a San Francisco e sceglie di dedicare la sua vita alla politica. E' candidato alla carica pubblica di consigliere comunale, ma proprio mentre la sua carriera sembra avviarsi verso la gloria finisce per essere ucciso a causa delle particolari abilità culinarie forse apprese (non è dato di capirlo) da Vianne stessa (di fatto una finezza del regista). Dall'altra parte Roux (Johnny Deep), girovago che prima sposa la causa del negozio di cioccolata poi, divenendo stanziale per amore di Vianne, forse finisce per segnare la sua sorte (Vianne seduce e svirilizza i suoi amanti per poi abbandonarli? Milk è già stato abbandonato?). Con questi interrogativi il film si avvia a una conclusione tutt'altro che scontata. Per capirla vanno introdotti altri tre personaggi: il primo è Moscone (Victor Garber), sindaco assassinato insieme a Milk che sembra essere punito per il suo cognome "svolazzante e fastidioso", il secondo è Dan White (Josh Brolin), ex consigliere comunale che scopre e si accanisce contro le attività culinarie del povero Milk e del suo amico Moscone, il terzo è Pantoufle, canguro con una zampa rotta che non può camminare, spesso evocato quasi fosse una visione da Anouk, la piccola e mefistofelica figlia di chissà quale matrimonio di Vianne. Che sia lui, il canguro, l'ispiratore dell'omicidio di Milk? Anouk forse ha scopero di essere figlia di Milk? Se White uccide Milk forse sarà un nero a uccidere Chocolat-Roux?
E se il film evocasse, tra le righe, lo spettro della discriminazione dei generi e dei cognomi?
Cast eccellente. Ottima la regia, specialmente nelle ambientazioni statunitensi.
Sean Penn da Oscar. (verde d'irlanda)

#2
Burn after eleven (2008)

Burn After Eleven è una pellicola che lascia senza fiato. Il film è un congegno dalla meccanica sofisticata e infallibile che fila via dritto tra rapine, casinò, belle donne e ricatti.  La furbizia, l'estro e la battuta pronta sono le caratteristiche principali dei due super protagonisti della pellicola: Brad Pitt e George Clooney. Gigioni, donnaioli, seduttori e scazzottatori-scazzottati, intavolano una rete di relazioni fittissima e intricatissima che li porterà, come è ovvio, alla vittoria-sconfitta finale.
La trama. George Clooney, accusato di truffa aggravata e rapina, esce dal carcere. Subito ritrova Brad Pitt, anche lui truffatore e suo vecchio compagno di merende. Assoldati altri 9 ceffi specializzati ognuno in una quisquilia diversa (ma di sicuro frivoli quanto basta per essere al contempo spassosi e adatti alle esigenze dei nostri Topo&Gigio), rapineranno il casinò del ricco e presuntuoso Terry Benedict (Andy Garcia). Fin qui niente di strano, anzi par di assistere ad un remake stelle&strisce di "I soliti ignoti". All'improvviso però il film si anima: si materializza un gigantesco conflitto interiore che sposta l'asse della trama sulla caratterizzazione psicologica del personaggio Clooney. Amante della moglie di un analista della CIA allontanato dal suo incarico, il nostro, ingordo, è di nuovo attratto dall'ex moglie (Julia Roberts) adesso compagna proprio di Benedict. Scisso dal dilemma insanabile (quale delle due bocche sfamare), sceglie di ricattare Osbourne Cox, marito dell'amante. Ma si sa che dietro ad ogni ladro c'è un gentiluomo e, proprio sul finire, con la somma ottenuta dalla rapina del casinò e dalla rendita dei ricavati fruttati dal microchip delle memorie di Osbourne, Pitt aiuterà una donna di mezza età a pagarsi un intervento di mastoplastica e, di fatto, appagherà la sua coscienza facendo beneficenza; Clooney deciderà di vivere la sua vita con entrambe le signorine raccontando loro di essere un acrobata abilissimo in salti sulle casseforti e, di fatto, giocando fino al parossismo sull'innato senso di colpa che caratterizza certe donne. Vorrei a questo punto andare al di là della mera trama per stimolare il pubblico con degli interrogativi. Il primo, lacerante: cosa brucia dopo l'11? Dal quale scaturisce: il film non sarà una metafora della politica anti-terrore dell'amministrazione Bush? Dietro ai due protagonisti non potrebbero celarsi apparentamenti con strategie terroristiche anti-americane? Al contempo Al Qaeda, se ci si pensa, è Clooney ("ruba i soldi" e poi trova un modo per sopravvivere come sopravvive Osama Bin Laden e cioè nell'inganno agendo sul pietismo); ed è anche Pitt ("ruba" e poi si mette la coscienza in ordine sovvenzionando lo Stato americano e appoggiando dall'interno la sua ricostruzione). A conferma di questo piano subliminale partorito dal regista interviene la rappresentazione (a metà film) dell'oggetto simbolo della politica aggressiva statunitense degli ultimi anni, vale a dire le armi di distruzione di massa (che la storia voleva proprio in mano proprio ai terroristi): cosa sarebbe altrimenti, caro pubblico superficiale, lo STRIZZA? Buon successo ai botteghini, strepitosi i protagonisti. Pochi gli attori neri (paura di Obama?).
Clooney e Pitt da Oscar. (verde d'irlanda)

#1
Il divo di Gomorra, 2008

Tra Roma e Napoli – tra i palazzi barocchi del potere centrale e gli stretti e angusti vicoli di Scampia – Il Divo di Gomorra (Toni Servillo) è un Giano Bifronte, un personaggio controverso: l’affresco della metastasi dell’Italia.
Al Divo il potere non basta mai: lo vediamo prima ingobbito mentre esercita i suoi ruoli istituzionali e mentre cammina nervosamente di notte per le vie di Roma fermandosi, quasi fossero osterie, nelle Chiese del centro; e un attimo dopo, in completo casual di lino chiaro e occhiali da sole, nell’atto di prendere accordi e firmare contratti per lo smaltimento di rifiuti tossici. Attorno a lui ruotano figure e figuri di ogni tipo: ministri assetati di potere, spacciatori, vescovi corrotti, parlamentari senza scrupoli, ragazzini armati senza casco in due in motorino. L’occhio del regista, mai invasivo, segue le tracce del protagonista antieroe con tono freddo, stilisticamente ineccepibile nelle ambientazioni romane nelle quali emerge un utilizzo ponderato e attento della fotografia e della messa in camera tanto caro alla scuola formalista. Nella storia recente del nostro cinema “Le conseguenze dell’amore” (2004) e “L’amico di famiglia” (2005) sembrano gli esempi più vicini a questo modus operandi. All’occhio del critico attento non può sfuggire però il cambio di registro tecnico attuato per le riprese napoletane: il convulso brulicare di vita e le scene d’azione sono qui risolte grazie alla forza tipica del documentario supportata da una falsa sciatteria della messa in quadro; “L’imbalsamatore” (2002) e “Primo amore” (2003) gli esempi più vicini in tal senso. Viene da dire, e speriamo ci venga passato il paragone, che il regista si sia comportato come i due astri nascenti della regia  italiana contemporanea: Matteo Garrone e Paolo Sorrentino. Ovviamente a supporto di questo giudizio andrebbero aggiunti altri particolari (se ne riscontrano diversi) che sembrano portare alla medesima considerazione e che qui si omettono per mancanza di spazio.
Tra intrighi e sparatorie, il film termina con il Divo sotto processo costretto a rendere conto dell’omicidio di due ragazzini freddati da una banda di sicari su una spiaggia partenopea.
Il regista offusca il personaggio Cirino Pomicino (il mefistofelico Carlo Buccirosso), che un occhio attento non vedrà mai comparire a Napoli: è lui il vero collante tra i due mondi?

Grande successo e premi della Giuria a Cannes. Servillo da Oscar. (verde d'irlanda)

 


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