cronache dal mondo delle rane  
 
 

Salons
a cura di Blu di Prussia (A PRESTO!)


#23
Enrico Baj
Castello Pasquini (Castiglioncello)
Luglio 2010

Ipercorrettismo, prosopopea o semplice sufficienza: le parole dell'Automitobiografia, pubblicata da Baj nel 1983, aprono e introducono ciascuna sala dell'esposizione, spiegandoci il senso delle opere.
Prima della Milano da bere, la Milano dabbene. Quelli che, come Dario Fo, prendevano a satireggiare il potere con molta, troppa, buona coscienza, e quelli che, come Baj, Colombo e Dangelo, si preoccupavano, fessacchiottescamente, della funesta era post-atomica. Per fortuna Baj riscattava, e forse, inconsciamente, contraddiceva tutto quanto grazie al gioco: allora Due bambini nella notte nucleare giocano nei colorati deserti dell’era atomica sono emblemi di una umanità liquefatta, ectoplasmi senza dettaglio, quasi amorfi. Zia Vannia è buffa e spaventosa.
Milanese come Arcimboldi, le cui figure ortolane somigliano, per certi versi, a certi collage di Baj, su tela o stoffa. La Montagna in processo di personificazione è un territorio alieno, nel 1958. I Generali, zoomorfi, ostentano mostrine, spalline e medaglie, e tocca loro accoppiarsi con le Dame, ingioiellate di scarti e passamanerie.
Baj ladruncolo, Baj collezionista. Baj Peter Pan Nelle ultime sale un mucchio di teste di legno. Totem e feticci, di bauxite e saggina, di acciaio e feltro, di latta e setole di cinghiale. (rosso india)

#22
Mimmo Jodice
Palazzo delle Esposizioni
Giugno 2010

Se l’impianto di condizionamento del Palazzo delle Esposizioni fosse regolato meglio non penserei che a nuotare nel grigio di Jodice, grigio-Marmo, grigio-Pietra, grigio-Mare, grigio-Amore per le cose che invecchiano senza muoversi _
o nel bianco delle pareti senza spigoli, nei vicoli, nei “bassi” o nei labirinti di uno scavo ancora aperto, ancora-e-per-chissà-quanto _
o nel nero di un bronzo, di una cella dove si gioca a impazzire, o di una città che punzecchia il sole coi suoi grattacieli (San Paolo, Tokyo-poeticissima dialettica di ciliegi e vetri, New York e altre) _
Napule, Napoli, NAPOLI
Tengo freddo mentre guardo il film in cui Jodice spiega il suo lavoro.
A pianterreno non degniamo De Chirico di due sguardi (uno sì, è per il suo ritratto in foto, bonario, guance cascanti, e un’immaginazione carica di 100 e passa mondi).

Semo a Roma… e mò chi jo_dice a Mimmo che è er mejo fotografo der monno? (rosso india)

#21
LookAt Festival
Fondazione Ragghianti (Lucca)
Maggio 2010

Cosa fare prima? Immaginare o Agire? scegliamo di Immaginare, non siamo gente d’Azione…
Immagino di essere in Africa, con Theo Eshetu, sul monte Zuqualla, dove si balla e si va in trance come nulla. No, non mi riesce. Mi ipnotizza di più (e comunque molto poco) il triplo caleidoscopio di Sara Rossi con i frames presi dagli effetti tv.
I lavoratori senza lavoro che bla-bla-terano sui tetti mi annoiano. La rivel’azione mandalica di Giacomo Verde mi imbarazza per la sua pochezza (ma mandala a ***!).
La sospensione in blu (qui ci vorrebbe Blu di prussia, ma è a casa) di Gerace e Bertoncini mi affascina e immalinconisce, con moderazione: le scarpe da basket che fanno fischiare il parquet mi ricordano la gioventù.
Ho poca immaginazione e passo all’azione. Si fa per dire: lo Scribble Test attesta che ho pochissimi psiconi, cioè poco investimento energetico sul mondo. Dopo aver aspettato un quarto d’ora i miei psiconi si erano rotti le palle, evidentemente.
Sono andato perfino sulla luna, ma a parte una lieve sensazione di vomito per lo sbigottimento di vedersi dall’esterno, benché molto rallentati, scopro di non avere l’entusiasmo di Armstrong, ammesso che ci siano andati davvero, gli YanKees. Il robo-Marinetti risponde a caso. Se questo Pizzanelli ci avesse messo qualche KeyWord in più forse avrebbe funzionato meglio. E per giunta ci avevo già parlato sul suo sito.
Infine, i filmini fatti col cellulare di Mario Pucci mi fanno sbadigliare.
Quattro (4) o cinque (5) risate, nonostante tutto. (rosso india)

#20
Anish Kapoor
Guggenheim (Bilbao)
Maggio 2010

Non si fa in tempo a uscire dal tunnel e a stupirsi del rossissimo Puente de la Salve che il coso di titanio si stampa dinnanzi strappato al cielo grigio da un arco di plasma ionico.
Immediatamente, provvidenziali, i quattro piani di parcheggio sotterraneo ci ricordano da dove siamo venuti.
Una lunga introduzione: due ore buone per camminare, mangiare, correre, mangiare, provare gli echi con urletti puberali. E' l'ora di affrettarsi: siamo solo al piano terra.
Come non ammirare dai vetri l'inventiva frenante del signor OTIS? L'esposizione comincia qui e, non c'è che dire, è quantomai in armonia con la cornice. Difficile fare le sale in ordine: per quanto siano numerate sulla mappa non servono grossi problemi di lateralizzazione (che comunque posso esibire, se richiesti) per confondersi.
Per divertirsi davvero è necessario sforzarsi di galleggiare nel torpore dell'illusione indiana, mantenere un aplomb britannico e, con la stessa naturalezza con cui un napoletano scende nella fica con la scala mobile, ci si confonde ai visitatori che fanno suonare l'allarme, incapaci di percepire le dimensioni dello spazio, appiattito e mugghiante di infinito nei sapienti giochi di colore. Ciascuno costruisce il proprio spazio e ci gioca come un bimbo all'asilo.
Fatto. Ora via veloce dalla merda di cemento, dalle formine e dai cannoni a cera. (fumo di londra)

#19
Dario Fo
Sedi varie (Pontedera)
Aprile 2010

Anche i pupazzi si arrabbiano.
Perché vorrebbero essere i soli a godere di immunità e impunità (in quanto pupazzi), senza condividerla con gli uomini (l’eterna pupazzata del potere).
Questo dicono i pupazzi di Fo. Ma poi sanno essere anche sentimentali, romantici, fedeli amici e amanti.
A vederla tutta ci vuole un po’, bisogna passare dal Centro Cirri al Museo Piaggio, dal Museo Piaggio al Centrum Sete Sois Sete Luas. E ad ogni ingresso viene da chiedersi: “Ma quanta roba c’è?”. Sicché quasi si finisce col dimenticare dove si è visto cosa. Il vecchio BUFFOne disegna da una vita, dipinge da una vita. Gli esordi: pare di vedere Carrà, l’ultimo, non quello energicamente futurista. Schizzi a matita decisi e autoritratti.
Anni 60 e poi 70: la politica è barbosa, anche se fatta col sangue. È roba per chi non ha problemi di soldi, o per chi ha talmente tanti problemi di soldi che un suicidio vale l’altro.
Enormi arazzi, sono fondali di scena, e i bozzetti originali.
Le fotografie di scena le guardo, quelle private no perché non sono un guardone; gli abiti della Rame sono tutti rasi e paillettes e per entrarvi doveva essere magra magra. I fogli-diario per il Premio Nobel (1997).
Le locandine non si contano, teatrografia per immagini.
Anni nostri: folla dinanzi ai dipinti naif, agli acquerelli, agli arazzi (ancora!), ai figurini per la scena, agli arazzi (…), ai burattini senza requie. Colori brillanti, sQUIllano (chi è? la polizia), ometti malandrini della Commedia dell’Arte, scene porno-soft in collage, ritratti della moglie ed altro ancora, che i piedi gonfi mi consigliano di scavalcare. (rosso india)

#18
Gehrard Richter
Strozzina (Firenze)
Aprile 2010

Scendo giù [↓], nei locali della strozzina, mentre su [↑] sorseggiano caffè metafisici col risucchio. Vi trovo una decina di opere di Gerhard Richter, uno dei pochi pittori viventi per cui valga la pena spendere qualche parola (e qualche euro).
Il reale è fragile, la pittura di Richter è solidissima;
l’immagine è uno sbadiglio; il lavoro di Richter è uno spasmo.
“Sembra una foto”, dicono tutti, perché È una foto. Non è una foto a fuoco (Richter mette sempre a fuoco su e col pennello riproduce; sa che i colori in natura sono fusi, e che i segni artificiali devono replicarsi innumerevoli volte per stupire). Così i volti sembrano dissolti dalla memoria, che è bugiarda: le persone sincere non rimarrebbero a lungo fuori fuoco. Richter le inchioda al muro per come sono, false e sfuocate.
Anche i paesaggi sono insinceri, come può adesso un paesaggio qualsiasi dire la verità? Fin quando a metterci la bocca saranno i verdi… Ma Richter lo prende così com’è, fotograficamente, sismograficamente, termograficamente: un intrico di segni senza senso, romantico se vuoi darti un bacio; sporco, banale o squallido se hai voglia di menare ceffoni; lo immortala così smette di fare il furbo e travestirsi da panorama.
Gli altri artisti in mostra (sette) sui loro crinali (casualità/previsione; limite della macchina/perfezione della tecnica; provvisorietà/stabilità dell’oggetto) hanno tutti qualcosa da pronunciare, sono echi del tedesco. (richter, ichter, *ter) ...
Un quid in più ce l’hanno Wolfgang Tillmans e Scott Short, perché recuperano all’arte qualcosa che è nella chimica, e sono quindi più contemporanei degli altri. E ovviamente Xie Nanxing, che potrebbe dipingere come fosse un bosco inquieto l’intera muraglia e non ti stancheresti a guardarla tutta. (rosso india)

#17
Cima da Conegliano
Palazzo Sarcinelli (Conegliano Veneto)
Aprile 2010

Palazzo Sarcinelli è un edificio non molto appariscente in CIMA alla 'contrada granda' di Conegliano Veneto.
In fondo al '400 e in CIMA al '500 CIMA lavorava alla granda, non a Conegliano, si spinse a Venezia, e in Emilia. Del resto, che ci stava a fare a Conegliano?
Quaranta (40) opere più o meno, dai musei in CIMA al mondo. In CIMA a ogni sala la pala più importante di una stagione (Madonna [graziosa, niente di che] + Baby [paffuto] + vasto assortimento di santi [permutabili]. Quella col pergolato in CIMA [tralci di vite?] è bellissima, fresca e primaverile).
I tre o quattro Sangerolami nel deserto, quadretti non certo giganteschi, in CIMA alle quali una chiesa: vi si arriva da un’erta immersa nel verde, senz'altro ci vuole il navigatore.
Certi altri quadretti con buffi personaggi in marcia: satiri! animali? servitori?
Che cos’è un sileno? e un papposileno?
Svegliate Endimione!
In CIMA alla mostra divertentissimo il Com’era / Com’è coi paesaggi di CIMA: le foto di oggi accanto ai panorami di CIMA (così gli sciocchi dicono: “oooh, guarda, qui un tempo era tutto verde”): semplice da pensare ma effetto sicuro.
Oli, olii, oli. Alcuni sottratti ai cassoni. Che moda quella del cassone! Non è buffo che siamo qui ad ammirare delle cassepanche portalenzuola? Dico in generale, non è che in mostra ci fossero i cassoni, solo i dipinti decorativi.
Le atmosfere sono acquose. I celesti di CIMA sono magnifici e magnificamente recuperati.
In fondo, una mezzora piacevole. In CIMA, cioè. (rosso india)

#16
Federico Fellini. El circo de las ilusiones
Fondazione La Caixa (Barcellona)
Marzo 2010

"Marcello, vieni Marcello!". Eccola laggiù in un maxischermo Anita Ekberg, che dopo mezzo secolo ancora seduce e ammalia. E che grande portamento aveva quel Marcello...
Entri e trovi la biografia di Federico Fellini stampata sul muro: roba già letta e abbondantemente scritta, eppure ogni volta, come la prima volta, tutti si fermano e leggono le gesta del più grande, forse, regista italiano.
Suoni, molti suoni. Questa è la cosa che prima ti colpisce. Televisori, maxischermi e divanetti, milioni di immagini attaccate al muro (molte evitabili) in un contenitore asettico che, non fossimo in territorio estero, verrebbe da dire poteva essere un po' più debordante come lo era la tabaccaia di Amarcord. Perchè Fellini era vulcanico e debordante, onirico e affascinante. Otto e mezzo (8 e 1/2). Ecco i colori dopo i suoni. Insieme a una miriade di foto di scena, sono esposte solo le locandine spagnole ed è un peccato. E' vero, in questo caso non cambia di molto l'immagine finale rispetto a quella italiana, ma dovremmo santificare chi ha reso, nel lontano 1963, un pezzo di cartone più alto che largo un capolavoro (si chiamava Maro. Chi era costui??).
Mentre però mi giro e mi rigiro mi accorgo della prossemica degli spettatori della mostra. Tutti si muovono isolati e girano al centro delle varie sale. Nessuno si avvicina alle pareti, nessuno vuole cogliere i dettagli delle immagini del set de La strada, La città delle donne, E la nave va... (che fine ha fatto Il Casanova?). Stando al centro si è spettatori di cinema e non di una mostra: ci si accontenta della visione in scala e si decide di non apprezzare i dettagli. Uno di questi, purtroppo, è gravissimo. Manca il nome di Giuliano Geleng sul manifesto di Roma, geniale falso decollage rotelliano e manca, soprattutto, il suo Amarcord. Come si fa a fare la frittata senza uova? E il sugo senza sale? Vedere una mostra di Fellini è vedere il manifesto di Amarcord perchè fu proprio il regista a commissionarlo, perchè vi si affacciano, quasi fosse la sua fantasia, tutti i protagonisti dei suoi incubi, dei suoi sogni poi trasformati in personaggi.
Sono infastidito da bambini che si rincorrono e da un cane quando mi accorgo che gli spagnoli ed i tedeschi svaccati sui divanetti stile stabilimento balneare a Ferragosto vorrebbero i sottotitoli dei film dentro ai grandi schermi (troppi) disseminati sul percorso. Ma sbagliano: la fotografia, sorella del cinema, è universale e parla un linguaggio muto fatto solo di inquadrature e di spazi perfettamente percepibili anche senza capire le parole dei protagonisti.
Abbiamo fatto il cinema, FACCIAMO gli spettatori delle mostre. Oppure facciamo mostre più specifiche, iniziando a rivalutare non solo l'aneddoto (che "ci ha rotto li cojoni", direbbe il maestro scomparso) ma la tecnica di ogni regista, le inquadrature, la scelta dei soggetti, il rapporto tra sceneggiatura e messa in opera del film. Sembra che questo modo superficiale di fare esposizioni sulla Settima Arte abbia contaminato anche territori stranieri (da noi i casi si sprecano e vanno molto di moda, purtroppo). Sarò io saturo, ma forse sarà anche che non mi importa nulla di sapere se la Dolce Vita sia esistita o meno nella Roma di inizio anni Sessanta, volevo solo capire come ha fatto quell'uomo a rendere in pellicola sensazioni, prospettive, luoghi che un giorno passeranno alla storia. Che pellicola ha usato, come mai sembra tutto fumoso, dove puntava le luci per far sembrare di ferro l'acqua della Fontana di Trevi.
Il catalogo solo in catalano è un peccato. La foto scelta per la locandina è quasi blasfema.
Esco vuoto, non ho visto NULLA di nuovo. E quasi quasi sono più arrabbiato di quando sono entrato. (verde d'irlanda)

#15
Barceló avant Barceló
Les Abattoirs (Tolosa)
Febbraio 2010

I prezzi dei biglietti variano a seconda dell'esposizione, e danno sempre accesso alla collezione, di cui i tolosani vanno fierissimi. C'è una parete nera dietro al bancone, e dietro di essa s'apre la navata del Mattatoio. La mostra è al piano terra.

Un bestiario da due (2) sale, dove gli animalini sono blu e verdi. Soprattutto quando sono gialli e neri. Le seppioline sorridenti, i gorilloni interrogativi, i cammelli calderiani, albi secchi nelle teche.

Le illustrazioni dei romanzi erotici in Braille sono bassorilievi di tette. Sono disegni a matita su pagine spesse e bucherellate. Un'interminabile fila di reperti da scavalcare, bachechetta orizzontale di pesci secchi e foglie morte. Di plastica, di terra, di gomma americana e di vernice. Una cosa in bacheca per ogni occasione. Un quadro in bacheca è fatto di tela, di vernice e di bacheca.

I bagnanti di Maiorca si abbronzano in un libro. I libri sono ovunque: e sono gialli e neri. Sono elenchi del telefono, sono imbevuti nell'inchiostro, sono in casa, sono in biblioteca. La biblioteca è stretta e lunga, è gialla e nera, è camera sua. Lui è un marziano verde, ma anche giallo e nero, che dipinge un cane che è se stesso. Ci è piaciuta. (fumo di londra)

#14
Cina. Rinascita contemporanea
Palazzo Reale (Milano)
Gennaio 2010

中國 - 中國 - 中國 - 中國 - 中國 - 中國 - 中國 - 中國
Non si può parlare della mostra sull’arte contemporanea cinese senza sentirsi una NULLITA' in una comunità popolata da nullità, senza sentirsi un INCAPACE in una realtà umana incapace di agire, senza sentire un VUOTO di senso in una società che ha svuotato di senso ogni parola, ogni immagine e ogni azione (ottenendone non più sicurezza ma più paura, più angoscia e più esitazioni).
Non si può parlare della mostra sull’arte contemporanea cinese senza percepire la nostra disfatta morale e la nostra pochezza intellettuale a confronto con i mondi aperti da ogni singola opera in mostra.
La ridicola e pretestuosa celebrazione del nostro buon-vivere e dei nostri imperativi etici ne esce disgregata, dissolta, vanificata.
中國 - 中國 - 中國 - 中國 - 中國 - 中國 - 中國 - 中國
La "Cina proibita", la "Cina proibizionista", la "Cina che nega i diritti umani", la "Cina senza scrupoli" ci supera in ogni disciplina, sovrasta l’Occidente rendendone ogni azione un minuscolo artefatto privo di importanza.
Così per l’arte come per l’industria, e per lo sport, e per la scienza. Inutile fare nomi, non necessario citare i titoli: ogni cosa, dai dipinti alle performance, dalle fotografie alle video-installazioni, dalla scultura all’arte applicata è incomparabilmente più attraente, + sensuale, + e + inquietante, + elettrica, + minacciosa, + e + delicata, più virile, più spinta, più ricca, più e + oscena, più poetica, + e più sorridente, più efficace, più romantica, più calligrafica, + e più e + geniale di qualunque pezzo si possa prelevare da un qualsiasi marcescente museo della nostra parte di mondo. Il matrimonio della bellezza con il messaggio è in questa esposizione. La tecnica ne è il testimone.
In Europa il divorzio è ormai tanto lontano nel tempo che molti lo hanno dimenticato, in America le pratiche non sono ancora concluse ma non c’è alcuna possibilità di riconciliazione.
中國 - 中國 - 中國 - 中國 - 中國 - 中國 - 中國 - 中國
Non si può scrivere una recensione della mostra sull’arte contemporanea cinese perché sarebbe come dichiarare l’ora del proprio decesso. (rossoindia)

#13
Edward Hopper
Palazzo Reale (Milano)
Gennaio 2010

Il serpente umano, spalle al Duomo, si accartoccia e poi si srotola nelle sale.
Edward Hopper, pittore della solitudine: magari potessi vedere in solitudine l’opera di Edward Hopper. Invece, tra dozzine di mani indicanti scorgo le MANI di Hopper – dita irrequiete – disegnate a matita; tra decine di teste ondulanti trovo la TESTA di Hopper.
Le opere parigine, inquadrature abbastanza semplici e stile dentro i canoni, spuntano tra un giaccone e un cappottino.
Le acqueforti interessano meno e si fanno guardare con più calma.
Si torna in America, la sua americA, non quella tutta luce-e-rumore che abbiamo in testa, ma quella provinciale, costiera, impalpabile.
Mancano quegli interni, quegli spazi Dimessi, Desolati, Dolorosi, Domenicali, che ricordavo e che rendono Hopper uno dei miei favoriti. Mancano gli uffici, le stanze d’albergo, le platee, il meglio.
Cieli e porti del Maine in acquerello, ponti e campagne in acquerello. Non piove mai negli olii di Hopper, al massimo un velo di foschia mattutina.
La vedova Hopper ha lasciato quasi tutto al Whitney Museum? bel Colpo!
A confronto disegni preparatori e opera finita: interessante, ma tutto sembra più calcolato, cioè ancora più morto.
†††
Morto, stecchito come certi suoi colori, quelli dell’ombra. Mentre osservo un paesaggio una sedia a rotelle mi urta più volte il calcagno. Bastava chiedere, rifletto, spostandomi verso altre case.

Buffoneria n. 1: il taccuino di Hopper in versione digitale, sfogliabile, touch-screen.
Buffoneria n. 2: l’installazione Friday, 29th August 1952, 6 A.M., New York di Gustav Deutsch.. Funziona così: in uno stanzone una telecamera riprende “l’interno” ricostruito di Morning Sun, il dipinto del 1952 in cui una donna è seduta sul letto, si tiene le ginocchia e guarda fuori dalla finestra. Giovani donne e bambine si siedono come la donna del dipinto osservando l’al di fuori del dipinto, mentre un monitor restituisce l’effetto del dipinto, con la sostituzione della protagonista del dipinto. (rossoindia)

#12
Cahen. Passaggi. Videoinstallazioni 1979-2008
Fondazione Ragghianti (Lucca)
Novembre 2009

Piano piano, al ralenti, in slow motion, come molti video di Cahen, percorro le sale. Ce la vogliamo gustare, no? E scrivo, per filo e per segno, quel che vedo, senza depliant nè didascalie.
Vedo un quadrato di stoffa bianca sospeso su una zona circolare di ghiaino. Sembra che non accada nulla ma sul telo sono proiettati dei volti immoti (leggo: Suaire, ah, sudario, il riferimento alla Sindone?).
Vedo uno schermo ruotante su cui è proiettato il flusso di persone di una strada presumibilmente cinese (Attention, ca tourne, ciak si gira).
Vedo 2 schermi su cui sono proiettate scene antartiche, ghiacciai, esploratori che avanzano verso una base, mi pare, uccelli e panorami celesti (Paysages d’hiver).
Vedo 7 cassoni di legno sospesi e ancorati al suolo, all’interno dei quali vi sono sette monitor che proiettano scene di vita in Cina (Sept visions).
Vedo un MUCCHIO di televisori, in terra, in un intrico di fili, proiettare un filmato ripreso da un treno (Paysages/passage).
Vedo uno schermo su cui è proiettato una scorcio di strada araba, con il sovrapporsi di donne e uomini che vi camminano, e il sottofondo musicale di Bach (Sanaa, passages en noir).
Vedo un enorme schermo di tela su cui è proiettata la lenta sfilata di alcune persone in un effetto nebbia che ne confonde le sagome e i lineamenti (Traverses).
Vedo un grande schermo su cui è proiettato uno sfondo interamente BLU attraversato da alcuni oggetti che sembrano precipitarvi, oggetti, giocattoli, ecc. (Tombe, cade).
Vedo un grande schermo su cui è proiettato uno sfondo interamente BLU attraversato da parole (Tombe avec les mots, non c'era dubbio...).
Vedo uno schermo su cui è proiettato il volto di una donna molto anziana, che muove quasi impercettibilmente i lineamenti mentre sul pavimento sono proiettate lettere e parole (Francoise en memoire).
Qualcosa dimentico ma poco (POCHISSIMO) importa. Come (COME?) non riconoscere il genio di Cahen?... (rosso india)

#11
Chagall e il Mediterraneo
Palazzo Blu (Pisa)
Ottobre 2009

BLU contenuto e contenitore. E recensore …
Banale ma funziona.
È blu l’intonaco di Palazzo Blu, è blu l’affiche, è blu la pelle di Chagall, il suo pastello, il suo pennello intriso di olio.
È BLU il mediterraneo, mare nostrum. Magari! Nostro, non suo. Non è uomo di mare, Chagall. Il suo è un mondo bello pastoso, terrigno o aereo, NON acqueo. Ci sono sfondi e panorami da pic-nic. Coppie che si abbracciano (tante).
Salgo un piano e trovo Amori Greci. Scendo un piano e trovo pezzi di bibbia, di genesi (cos’era, mezzo ebreo?). Scenari paradisiaci, afrodisiaci … Certe grosse mammelle (di sirene?) alle porte della città. Sirene (ora sì) e asini blu che zompano. Era FELICE Chagall?

La gente guarda e un po’ sorride. Non troppo. I sorrisi, come i colori, non sono smaglianti. Un vaso con la luna.
Piatti di argilla decorata sotto vetro fanno un poco sbadigliare: potessi toccarli, mangiarci. Una decina di collage – alla fine – il russo ci mette disegni, stoffe e ricami: i soggetti sono sempre gli stessi, spose, animali dai colori di fiaba, villaggi. Bimbi in foto e favolette sono anche alle pareti, ce li ha messi la nipote, rispettosa curatrice.

Vado veloce. Poco da capire. Molto da sognare. (blu di prussia - rosso india)

#10
Jan Fabre
Spazio Thetis (Venezia)
Settembre 2009

Maestro Fabre, vorremmo ospitare nel nostro spazio – conosce Spazio Tethis? sì, all’Arsenale – il suo Feet the brain, come? sì, From the feet to the brain, certo, il corpo umano dalla testa ai piedi, … cinque maxi-installazioni, … senz’altro lo spazio è sufficiente.

Benone, allora entriamoci in questi due maxi-hangar, vediamola questa riflessione di Fabre sul corpo umano, scopriamo come si possa riempire uno spazio tanto grande, come si possa sprecare uno spazio tanto enorme.

La pancia ha i colori di miliOOOni di ali, ali cangianti di coleottero, soffitto di ali sfondato e capovolto, soffitto verso il quale ascende/precipita un negro, alla luce di un lampadario sottosopra bastante per 100 metri quadrati. Ma certo! come non pensarci?
I piedi sono un bunker/arsenale, con sette (7) vasche di latta viola, tre (3) lampade appese al soffitto, gambette a forma di coniglio, munizioni e cervelli e altro materiale organico. Ma certo! come non pensarci?
Il sesso è un uomo spruzza-sperma disteso tra lapidi, un uomo Faber/Fabre, tra le pietre sepolcrali dei suoi numi, filosofi e scrittori con lo pseudonimo di insetti. Che hai fatto Jan? Hai circondato il tuo alter-ego in piena erezione coi tuoi disegnucci osceni? E il tuo pisello sarebbe una fontana che eiacula cultura? Ma certo! come non pensarci?
Il cuore è un doppio altare di ossa umane e teschi di vetro, alcune ossa e alcuni teschi sono dipinti di blu, lo stesso blu delle vasche di cui sopra. Su un altare un cuore d’uomo chiuso, sull’altro, un cuore di donna aperto. L’uomo è chiuso, la donna è aperta. Ma certo! come non pensarci?
Il cervello è un campo di battaglia, tunnel e trincee conducono alla testa decorticata di un gigante. Vangalo, piccolo e ben pettinato Jan, penetra la sua corteccia, penetra la sua materia grigia, scoprine i segreti e raccontaceli. Ma certo! come non pensarci?

Sono il tuo rifugio, maestro? il tuo laboratorio, Jan? che ci facciamo noi? Io non mi lavo i piedi al bagno di gesù cristo, ne ho vergogna. Io non godo del tuo ego. (rosso india)

#9
Robert Mapplethorpe
Gallerie dell'Accademia (Firenze)
Giugno 2009

Sui corpi di marmo SCOLPITO si deposita la polvere che li anNERIsce, sui corpi NERI SCOLPITI di Mapplethorpe si depositano "cosmici equilibri". Qui vediamo Lisa Lyon, Derrick Cross (sono nomi, nomi propri, ma qui sono corsivi - come il più noto David di Michelangelo: PIETRA di paragone per la sodezza curvilinea delle natiche...) Pietà moderne, sesso, sessi, modello, modelli _
Senso di pulizia e salute.
Senso di geometria
Senso di sublime e sana perversione
E i ritratti (di Warhol, di Glass, di Wilson, di Patti Smith, (s)oggetti d’America, campioni di deliquio.
Non ci sono piedi
non ci sono denti
non ci sono pupille
non ci sono gomiti.
Non ci sono colori
ma profili di atleti _____ Solo corpi di atleti poiché solo questi hanno senso nel bianco/NERO di Mapplethorpe.

Un dye transfer, una venere, Ten days di Brice Marden, progetti michelangioleschi.

I muscoli contratti ... le palpebre abbassate
I sessi di carbonio .... le cosce dinamiche
(rosso india)

#8
Voir l'Italie et mourir
Musée d'Orsay (Parigi)
Aprile 2009

Se non abbiamo il biglietto cumulativo compriamo l'integrazione sull'uscio della prima sala. Un €uro e mezzo per il Viaggio in Italia più comodo: non rivivere quello di chi l'ha fatto ma rivivere quello di chi rivive quello di chi l'ha fatto. Dentro --> Veloci alla seconda sala.
Il dagherrotipo: amoR, ezneriF, aizeneV.
Inclinare il capo per spostare i faretti dalla lastra. Nella terza sala siamo al Caffé Greco, ai Fori e al Colosseo. Calotipi in gran formato, panorami e scorci. Le tecniche si sviluppano in continuo, i negativi si sviluppano in batch. Tutti fermi! clic... clac... chi si è mosso? entrambi i lati del vicolo sono al sole.
Quarta sala: Naya si annoja e vende vedute veneziane ai valenti e vetusti viaggiatori. E proprio i turisti hanno scoperto che qualcuno ha scoperto Ercolano. La scavano gli operai partenopei: torsi nudi, corpi rudi, mani capaci, donne procaci. Spim pam bum, la quinta sala è il risorgimento come non l’abbiamo mai visto: tetti franati, polvere, sassaiole, bombardamenti. Come Belgrado. Scambiate Dumas e Le Gray con Remondino e il suo operatore. Suggestivo prima/dopo delle barricate di Napoli. Qualcuno ci abbandona: consigliato un diploma di scuola superiore italiana per la sala 5. Ancora ROMA, Roma e Campania. Le eruzioni del Vesuvio di Sommer sembrano pagine in banco e nero delle riviste di aerodinamica degli anni 50. Via di corsa: mancano ancora tre sale, imperdibili! Fotografia e pittura: 100 modi di cucinare i lazzaroni. Eppoi pifferari in tutte le salse. Fotografi e pittori tedeschi in italia, fauni nudi en plein air: fisici d'atleti lucidati e avvolti di velli d'agnelli. Eccellente biglietto da visita M. Cogeval!
(fumo di londra)

#7
Giorgio Morandi
MamBO (Bologna)
Marzo 2009

E allora
MamBO - bagnanti ignude del 1915 che paiono ritratte da un cezanne frettoloso. Morandi guarda fuori, ma – dicono – abbia gettato molto di questo periodo. Per recuperare le tele, ma più ancora per la vergogna di aver guardato fuori, in quel modo. “non uscirò mai di casa, dipingerò soltanto gli oggetti del mio studio, soltanto quelli, soltanto gli oggetti che trovo già qui dentro, infinite volte, solo questi, non rassicurandoli mai di una posizione ultima e certa”, avrà pensato, a BOlogna.
Possono prender luce da fuori, specie questi scialbi bouquet, possono sembrare allegri perfino, o sparire nella penombra, diventare vapore, alito ingiallito, anima grigia e alonata.

Natura morta – natura morta – fiori – fiori – fiori – paesaggio – natura morta – paesaggio.
Nel 1925 si autoritrae!!! non ci guarda neppure, SpruCido.

Quando le pareti del MAMbo sono verdine e la luce SPIove sulle tele, piccole perlopiù – lo sanno tutti –  io vedo solo brocche,
bottiglie, vasetti,
caraffe, tazze,
conchiglie, scatoline,
rocchetti. Davanti,
dietro, di fianco, accostati, a ridosso, sopra, vicino, sullo sfondo, nell’ombra portata.
Sì, avevo visto dei paesaggi ma non sono forse morta natura anche quelli?
non somigliano a scatoline le case?
a brocche e vasi da fiori quegli alberi ammosciati in un’estate sempre caliginosa?

Grizzana, d’estate, altra natura, altro spazio, altra luce, bella.
Natura morta 1964. Morto
(rosso india)

#6
Maurice Utrillo - Suzanne Valadon
Pinacothèque de Paris
Marzo 2009

Utrillo dimenticato! Ma no, eccolo qui, alla Pinacoteca di Parigi. Che piacere!! Il povero balbuziente – teppa – pazzo – zoppo – alcolizzato Utrillo. La madre, donna Valadon, pittrice modella, incoraggiata da Degas. E ci credo, fa sempre ballerine anche lei.
Maurice a 21 anni in manicomio poi inizia a dipingere: roba da matti.
Beve petrolio, etere e acqua di “Colonia”, a Parigi!
1908 Porte Sant-Martin: BRAVO’ molte pennellate di nero puro!
- Un forte senso di colore in Eglise de Banlieue. MAGNIFIQUE
Le Marchand de couleur a Saint-Ouen. I colori si rannicchiano tutti nell’angolo in basso a destra, lasciando che il bianco chiarore del cielo e di altre case ci apra la visione dell’opera, bruscamente ri-chiusa dallo scuro oscuro palazzo verticale all’estrema GAUCHE.
Finalmente un pò di cielo azzurro in Place Pigalle. Ma del resto ora paga da bere con le sue opere. Meno male non è dadaista….. Proseguiamo e i cieli tornano pallidi come la sua anima
Ma come, Suzanne, la libera, o almeno in apparenza, a disegnare e dipingere solo interni e il povero internato Maurice che fa solo paesaggi…ecco che si impara che I DISEGNI SI FANNO CON L’ANIMA. Impariamo chi sono i veri reclusi.
Ogni tanto manca la prospettiva, ma eccola riapparire in altre opere in diagonali vertiginose.
Ma pian piano i colori perdono luce. L’anima invecchia, il cloisonnè avanza, le sue linee nere mangiano i contorni. Giustappunto un mausoleo, la Chapel de Roscoff.
Quanta “Casa dell’impiccato” in La Maison du Mimi Pinzon, 1914. A un matto basta una foto per dipingere la vita, ma resta una vita morta, senza personaggi, forse senza nemici.
Le Lapin Agile, 1912 SUPERB!! RUE A CORTE – RUE EN CORSE, simmetrie! Ma ecco di nuovo quella bestia di sua madre: FAUVE!
Maurice ma ora basta sempre i soliti paesaggi, gli stessi tagli, gli stessi alberi.
Finisce il periodo bianco, ma nasce il successo. Tutti comprano opere ma per il vino. Maurice si perde, opere orrende, tracollo artistico fino a pittore mediocre. In compenso sua madre grande successo. Suzanne Fauve, un espressionismo francese moto colorato. Lei fa il salto espressionista, Maurice resta fermo. Ma negli anni ’20 non si può essere all’apice ed essere impressionisti. ADIEU!!!!
Nel 1918 fugge dal manicomio e va ad ubriacarsi in un bar con Modì e insieme spaccano finestre e vetrate.
Suzanne si avvia verso il cubismo, lui verso la religione. “Catherine nue allongèe sur una peau de panthère”. MANTEGNAmo le distanze. 1918 NATURA MORTA CATALANA
1927 SUZANNE autoritratto
1931 “Eglise de Saint-Bernard” hard
Brava Suzanne, la storia dell’arte ti trascura ingiustamente! (blu di prussia)

#5
René Magritte -
Palazzo Reale (Milano)
Febbraio 2009

Milano > Magrit > souvenir di viaggio, è già sogno. La voce del sangue, che belli i notturni. La profondità della terra 4 opere, che idea, che collage. Il bacio, uno squarcio di sogni nella realtà. Il giocatore segreto, quante cose da capire, troppe.
Il ritorno, notte, giorno, così come l’uccello del cielo. La grande marea, ancora queste sfere che volano ma restano a terra con i sassi.
Scoperta: una donna mangiata dal parquet!
I muscoli celesti, il cielo mostra la sua forza in terra, ma con forza terrena, non celeste. La magia nera, int.-est., donna, santa, strega? L’uomo è tutto questo insieme.
.................................uccelli foglie
I compagni della paura
Il sapore delle lacrime
La grazia naturale
ma quante versioni. Il presente!! 1938-9 - sì esiste, anzi l’ho vista anch’io un sacco di volte. Il territorio di Arnheim 1962 luce!!! che soggetto.
Le mille e una notte    VaN GogH
La mietitura: che poesia, il colore ci spiega l’opera.
Ho visto questo pomeriggio, in pieno sole, una giovane donna che aspettava il tram in compagnia del suo corpo.
Un’immagine, talvolta, può mettere chi la osserva gravemente sotto accusa.
L’incendio, non c’è, è solo nel colore.
Queste tende ovunque, in ogni opera, che velano e svelano segreti dell’inconscio.
Il lirismo 1947 mai titolo più azzeccato.
La spiegazione /e/ il modello rosso quanta magia.
fuma la rosa nel bel linguaggio del 1952.
LE GRANDI SPERANZE
La pagina bianca
L’
IMPERO
DELLE
LUCI 1961
(blu di prussia)

#4
Erik Desmazieres -
Museo della Grafica (Pisa)
Febbraio 2009

Devono essersi rotte le lenti: ogni fuga interminabile, ogni serie di volte, ritracciantesi nel soffitto di una galleria assolata, mi si rovescia nella retina con minuzia di linea, precisione labirintica, surreale profilo obliquo vertiginoso.
...
No, era solo una sensazione di passaggio (Passages), hanno ripreso a funzionare, sensazione di passaggio parigino, piacevano anche ad Atget, penso al LA-BO-RI-NT-US, immaginario babelico;
anche un vento è di passaggio nella stanza, la colora, la scolora, come vuole, nel 1989.
Mi rassicuro in Giardino, un giardino di pomi, zucche, vasi, bellissimo.
Studio per un Granchio.

Un silenzio pure rimane di passaggio nell’Atelier appena pulito, appena chiuso: il NEGATIVO, il POSITIVO. René Tazé, il SUO stampatore. SETTE (7) volte.
Su un accentuato passaggio di contrasto, di inchiostro di rotella, linea retta ...

iN biblioteca, i lettori si vedono ad uno ad uno (1 x 1), potrei perfino dire che libro stanno leggendo, se sono assorti per svogliatezza o interesse, se hanno idea di essere così perfettamente allineati, così tirati a perfezione, per INCISO. (rosso india)

#3
Giampaolo Talani -
Centro Diego Martelli (Castiglioncello)
Dicembre 2008

Familiari, confidenziali, gli ometti di Talani. Un ego, poi due (2), poi tre (3), ... li vedi sulla spiaggia, sulla riva, sul confine tra acqua e rena. Nel cappotto leggero di fine estate. O il giaccone da inverno dell'Uomo con le conchiglie. Un mare d’ocra, un mare di blu.

In due piccole sale stanno. ... Restano imbambolati, ristanno, parassiti senza bocca, gli ometti di Talani. Gli olii, e qualche passata di tempera, su tele o tavolacce trovate (a fianco, poeticissimi, alcuni disegnucci, ci piacciono molto). ... Queste ombre, questi fuochi; e ancora punto e virgola; poche, senz’altro, due (2) sale, per un trentennio buono di opere, tra San Vincenzo, Firenze, Livorno.

Non c’è Movimento, noi stessi soli, MELANCONIA, anni e anni passati senza bocca – non vuol dire sboccati, ché anzi, c’è un’educazione flavia, ANTICA, lunare, turbata, in questi mani-in-tasca – IN PIEDI, sempre in piedi.

Ritornando, verso l'uscita, certe maschere, certe bambole inquietanti (Le bambole, per l'appunto, e Il venditore di bambole): ricordiamo Ensor, ma a che ricordare Ensor? meglio una poesia litoranea, il segno in(de)finito di una poesia ventosa, o una musica tra il liturgico e l’assolo morbido di viola, per accompagnare il tragitto. 
24 opere NON ci bastano. (rosso india)

#2
Mario Schifano 1943-1998 - G.N.A.M. (Roma)
Settembre 2008

Mario Schifano disegni-collages. Ti senti circondato dall’arte. Arte vera. C’è dialogo con l’artista.
Il colore, si! C’è! È vero. Potrei toccarlo ma non si può. Ma è vivo, è fresco. Se lo tocco mi resta sulla mano. Mi sporco, ma l’opera no; lei cambierebbe certo, ma lo fa ogni volta che mi volto di nuovo a guardarla.

Forbici, smalto, taglio, sangue, soffro! 1978

Smalti, collages, eppure è tutto così chiaro il suo messaggio. Ma non lo posso dire, non si può. Le parole non lo sanno fare, solo l’opera sì!!!

Al mare, alla neve 1984 – smalto su carta. Guardo, basta poco. So già tutto. So i personaggi, li conosco. So la loro vita, perché sono lì, cosa dicono, pensano; cosa dicevano, pensavano; cosa diranno, penseranno domani. Si domani diranno, penseranno cose nuove. Lo so perché parlano proprio con me e io domani sarò diverso e loro lo sanno, mi diranno altre cose!
E in fondo la sua firma, tutte le sue firme. Anche quel segno è poesia!!

Le maschere 1983 – non lo dico neppure…..

La creatività è una cosa infinita. La puoi usare così freddamente. O con grande emozione. È un giacimento.

Il cinema non mi piace, Mario non ti capisco. Vado di là….

Futurismo 1966 – cosa aggiungere? Balla! Bello!

ALTO

MISTERIOSO

Prof. Schifano Mario, Via Zanardelli 1 00186 Roma

Come i bambini, il meglio per ultimo, LE GRANDI OPERE (grandi dimensioni, qui è tutto grande altrimenti….)

O sole mio, ma come ci riescono questi colori????
Camminare BALLA ballare?? 1965
Io sono infantile
Futurismo rivisitato a colori PERSPLEX 1965

Televisioni. Non mi piacciono molto. NO! Voglio creazioni, voglio colore.

“io aspetto un segnale per partire. Basta niente, un giornale, un libro, un titolo, un’insegna…”

Interno di casa romana 1968. Apoteosi. Ma forse sono io che esagero….guardo i volti degli altri visitatori….no, capiscono anche loro. Sorridono dentro, sono leggeri, stanno bene. Fai così con tutti. Passa un ragazzetto, 16 anni, dice alla mamma BASTA, DAI ANDIAMO! La trascinavia anche se era felice. Povera lei. NO! Povero lui.

Fiori maschili, fiori femminili, SUSSULTO, ecco il “Parto numeroso della moglie del collezionista” 1984, i colori pervadono tutto, anche la cornice. Quanta energia. Ancora arabeschi scintillanti.
La nazione inghiottita 1990
La chimera 10 m X 4 m di estasi colorata.
ROSSO-VERDE-GIALLO-BLU grande massa di colore che disegna. Povero Ottocento qui accanto, si nasconde! LO UCCIDI!
(blu di prussia)

#1
Francis Bacon -
Palazzo Reale (Milano)
4 Marzo - 24 Agosto 2008

Prima recensione. Spazio museale eccellente, buon allestimento, leggero fastidio riflesso vetri opere, 60 opere.
Bacon - ultimo grande artista del ‘900 – inquietudini, filosofo che sopporta peso delle due guerre.
Ricostruzione studio detestabile, immagini proiettate su teli, spaesamento.
Subito Innocenzo X, ossessiona anche noi, ci caliamo nella sua mentalità, splendidi studi. Avvolti nel blu, nell’oscurità, nella notte, nei pensieri intimi dell’artista.
Elefante, che emozione! Quanta forza!
Eccole! Le deformazioni - le ambiguità! Sofferenza! FORZA! I TrItTiCi! resteresti ore a guardarli, ti parlano tu rispondi, puoi colloquiare a lungo con queste opere, carattere misterioso e sinistro di figure incorporee e spettrali, volti sfuocati, corpi che svaniscono, si passeggia negli oscuri meandri dell’animo umaNO, animale SI!
Figure anonime che urlano nelle loro gabbie, sensualità erotismo perversione provocatoriamente esibita, omosessualità SESSO! SESSO!
Animali carcasse. Limiti della figurazione.
Ecco una proiezione, un video, lungo, molto bello. Chiarezza! Ci spiega le allusioni: cinematografiche, letterarie religiose della sua opera. Vediamo i soggetti da cui trae spunto: l’originale, la vita, ma poi Bacon la media con i suoi occhi da artista, viviamo con lui il passaggio realtà/opera d’arte. Bella intervista. Proseguiamo più consapevoli della sua poetica. Della sua disperazione interiore. Del suo alcolismo e le sue visioni.
Siamo alla conclusione, finita anche la figurazione o quasi: sfondi Gialli, macchie nere che cercano un appiglio di figuratività. Con fatica gli assegniamo un’idea di soggetto.
(blu di prussia)

 

 

 

Vedo
 

 
     

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